Archivia 30/06/2012

Donne senza figli, un libro

Ho preso in mano questo libro con interesse e sono arrivata all’ultimo capitolo con interesse inalterato: esperienza che non capita sempre, in particolare se si tratta di un saggio. E saggio questo testo lo è, non solo per il genere cui appartiene, ma per quanto vi si può trovare di riflessione introspettiva e utile per la vita, per la sua capacità di porre domande significative che avviano a un percorso di cui si può anche non intravedere la fine. Le risposte non sono tutto.

Cosa mi ha spinto a comprare questo libro, non appena è uscito? Il tema trattato, ovviamente, anche la conoscenza dell’autrice, ma soprattutto la voglia di cercare un confronto su una questione che ancora mi interroga, nonostante si sia chiusa per me la possibilità di scegliere la maternità: l’orologio biologico è scattato da un pezzo.

Eleonora Cirant dichiara nel capitolo finale di essere partita da un essenziale presupposto: “il personale è politico”. Potrà forse risuonare come un mantra per chi, come me, ha creduto nel femminismo, o essere un fastidioso slogan fuori moda per altri; una cosa è certa, coniato nei lontani anni ’70, conserva una sua indiscussa verità. Assumere questo punto di vista ha permesso all’autrice di usare un metodo efficace di ricerca, le ha consentito di affrontare la complessità del tema, con un esito a mio parere mai superficiale, mai astratto, ma “leggero” e profondo insieme, sapiente, cioè saggio, come ho già detto. Scrive Eleonora : “Scoprire che il personale è politico mi ha costretto a smontare le categorie di giudizio. Ha illuminato zone d’ombra. Mi ha spinto a riaprire i libri di storia e di filosofia e a rileggerli da un altro punto di vista. Mi ha offerto una chiave di lettura per decodificare il sapere, la lingua, le immagini, le abitudini, le situazioni …”. Potenza di uno slogan.

Nel libro si indagano le scelte di una generazione di donne, quella tra i trenta e i quaranta anni, non segnata da una presenza forte del movimento femminista, che dà per scontate opzioni impensabili trenta anni fa, che sperimenta il precariato come condizione esistenziale. Ne risulta un testo “cresciuto con un occhio alla pratica e uno alla teoria”, come si spiega nell’introduzione. Il lavoro che è stato fatto è davvero serio, come emerge anche dalle citazioni e dai riferimenti bibliografici di tutto rispetto.

Accanto ai concetti espressi da psicanaliste, sociologhe, letterate e saggiste, trovano una collocazione importante le testimonianze di donne comuni che riflettono nel “cerchio delle amiche” e raccontano le diverse emozioni ed esperienze. Confesso che mi ha fatto piacere sapere che la giovane autrice si presenta come femminista e non solo quando intende provocare una reazione, come racconta nello spiritoso capitolo” Soft-femminismo” che chiude il libro e che, sarò di parte, mi sembra dare un significato pregnante a tutte le altre pagine.

L’interesse con cui ho letto le storie di queste giovani donne, nasceva anche dal desiderio di confrontarmi con la generazione del post-femminismo. Forse ero ansiosa di costatare che non tutto è andato perduto, anche se cosciente della loro libertà di scoprire strade nuove, magari discordanti da quelle che noi avevamo trovato, di maturare convinzioni differenti. Le nostre affermavano la possibilità di non identificarci come donne nel ruolo monolitico materno, riflettevano il bisogno di aprire le porte al conflitto ridiscutendo ruoli e destini scritti da altri per noi, esprimevano la necessità di smontare pregiudizi e retoriche. Mi sono riferita più volte al capitolo sul femminismo, non entro nei contenuti delle altre parti del libro, aggiungo solo che nessun aspetto è stato trascurato.

La ricerca si è avvalsa di dati statistici aggiornati, ma non si è soffermata troppo sui numeri, si è occupata di indagare le scelte di queste donne a partire dall’analisi del desiderio di maternità, quello ambivalente e quello inappagato, nel continuo confronto con le condizioni reali del vivere: soldi, casa, lavoro, senza ignorare condizionamenti, tabù e conflitti. Ho apprezzato l’ironia e la vivacità del linguaggio, il ricorso a metafore inedite, i rari e divertenti consigli, il coraggio nell’affrontare le ombre. Mi sono piaciuti la dedica e il ringraziamento dell’autrice ai suoi genitori.

Ho trovato molti aspetti positivi in questo libro, forse manca quell’organicità che qualcuno potrebbe aspettarsi da un piccolo trattato, ma mi ha convinto soprattutto la capacità di dire con libertà l’indicibile, di svelare le ombre, di denunciare i luoghi comuni. In una pagina Eleonora Cirant dichiara di aver voluto dare “… un piccolo contributo alla causa per abolire la maternità come ideologia e istituzione e a favore della maternità come esperimento”. Se questo era l’intento, mi sembra riuscito.

Credo che la lettura di questo libro, a dispetto del titolo apparentemente scoraggiante, “Una su cinque non lo fa”, possa essere utile alle donne che invece lo vogliono fare in modo consapevole. Mettere a fuoco le strettoie tra libertà e costrizione, ragionare insieme sul valore e il senso, aiuta la scelta, qualunque essa sia.

Rosaura Galbiati

28 giugno 2012

Siamo uomini non elefanti

Parlare di un libro molto spesso vuol dire parlare d’altro. Quindi partiamo dalla fine: è la crisi, ormai pesante, del patriarcato a rendere così stringente il bisogno di pensare la paternità? E che ruolo ha tutto ciò nella barbarie sentimentale che porta alla ormai quotidiana mattanza di donne e figli da parte di mariti, amanti, padri?

Marco Missiroli è uno scrittore soltanto trentenne, con alle spalle tre libri importanti e la vittoria al Premio Campiello opera prima nel 2006. A febbraio è uscito il suo quarto libro per l’editore Guanda, Il Senso dell’elefante. Un libro pensato, scritto e riscritto, che ha voluto tre anni di lavoro.

Libro molto bello, scritto benissimo, avvolgente, con uno svolgimento quasi da giallo, dove gli elementi della trama e dei personaggi si svelano poco a poco fino all’overture finale.

Libro molto al maschile o quasi, abitato dalle questioni che inquietano le relazioni e i sentimenti di oggi: l’amore in ogni sua declinazione, la paternità, biologica e no, la famiglia, anche la malattia e la morte. Si potrebbe dire che Missiroli ha voluto mettere troppa carne al fuoco, ma sicuramente non l’ha bruciata.

Lo scenario oscilla tra Rimini e Milano, luogo natio la prima e luogo d’elezione la seconda per Missiroli, descritte in maniera inusuale. Il protagonista è Pietro, un ex sacerdote che sceglie di diventare portinaio in un piccolo condominio milanese. Un uomo taciturno che entra di nascosto in un appartamento alla ricerca di qualcosa. E’ da questo enigma che si chiarisce la matassa del passato e si dipana il disegno del presente, con un coro di personaggi di grande spessore umano.

Cos’è il ‘senso dell’elefante’? E’ quello per cui il maschio dell’elefante, in caso di pericolo, difende strenuamente tutti i figli del branco, i suoi ma anche no. E’ questo l’esplicito messaggio del libro, è questo lo sviluppo della trama. In un dialogo si introduce la differenza tra ‘amore minimo’ e ‘amore massimo’, ossia ‘difendere l’amore per una sola persona’. Il finale, da non svelare, è spiazzante, ma assolutamente in sintonia con l’assunto precedente.

Ho letto il libro in pochi giorni, ho abbandonato con commozione e dispiacere le sue pagine. Ma mi sono bastate alcune ore e mi sono detto: no, non sono d’accordo.

No, non doveva andare così. Nessun problema, anzi: un libro, un’opera d’arte in generale, che voglia dire qualcosa non ha lo scopo di dare risposte morali ai suoi lettori, neppure di rispecchiare i veri valori dell’autore. Ha la responsabilità di porre le giuste domande e di farci navigare nel mare della riflessione per cercare un attracco.

La sensazione è che per quanto ammirevole sia il senso dell’elefante, per quanto sia meritevole aspirare all’amore massimo, tutto ciò possa contenere dentro di sè alcune semplificazioni che possono letteralmente diventare mortali.

Il problema è che la nostra natura di esseri umani, gettati nella contemporaneità, è forse più complessa delle dinamiche di una comunità di elefanti. Che l’Altro è comunque altro, che un figlio, di sangue e/o per anni di cure, è un’altra cosa da noi. Che il nostro passato, che sia del tutto passato (ma ciò che è stato è comunque stato) o che duri da anni, non lo puoi tagliare come un nodo. Il problema è che i conflitti non li puoi risolverli negandoli, ma solo attraversandoli, cercando di costruire nuovi piani, anch’essi provvisori. Che la sofferenza passata non si redime con altra sofferenza. Che la ricerca della felicità è questo lavorio personale e condiviso, e che la felicità è forse trovare un buon approdo, per quanto momentaneo.

Mi sono accorto che ho parlato poco del libro, ma ho cercato di spiegare perché dovete leggere questo libro. E’ pure candidato al prossimo Premio Campiello. Se la vittoria potrà aumentarne i lettori, ben venga.

Giorgio Latuati, Direzione Biblioteca civica ‘L. Penati’

Volevo sapere di più

Nel racconto di Carla Lucca, rappresentante della Libera Università delle donne di Cernusco, si intrecciano tante storie: quella personale, quella di un’associazione, quella di una generazione. E’ la storia di un amore disinteressato per lo studio e di un modo di vivere le relazioni fra donne che ha contribuito a trasformare la società italiana.

Si incontrano in biblioteca tutti i giovedì mattina da più di vent’anni. Leggono e discutono insieme a partire da libri classici e di attualità, in un impegno di formazione continua e di costruzione di rapporti di amicizia e reciprocità. Spesso hanno figli già grandi, genitori anziani e nipoti che chiedono attenzione e cura. Hanno lavorato o lavorano come insegnanti, operaie, artigiane, casalinghe, impiegate.

Sono le donne che partecipano alle attività dell’associazione Libera Università delle donne a Cernusco. Una bella storia, che abbiamo chiesto a Carla Lucca di raccontarci. Carla è una delle fondatrici e rappresentante dell’associazione. Dice:

Abbiamo cominciato nel 1980 col frequentare i corsi monografici della Regione Lombardia, i corsi “delle 150 ore”, organizzati per chi non aveva il diploma di terza media. Per qualche anno la Regione ha finanziato e noi donne eravamo entusiaste perché si leggeva, si discuteva per far nascere la legge che istituiva i consultori, di salute delle donne, per una maternità consapevole e per la prevenzione, cioè la legge 194, per gli asili nido. Discutendo della legge 180 abbiamo preso coscienza di come erano strutturati i manicomi e abbiamo letto i libri di Basaglia e di Phillis Chesler (“Le donne e la follia”).

Quando la Regione sospende i finanziamenti, sono 80 circa le donne che nel frattempo hanno formato un bel gruppo affiatato e ci hanno preso gusto con questa faccenda del leggere, incontrarsi, discutere, studiare. Così decidono di aprire un’associazione: la Libera Università delle donne è fondata a Milano nel 1987. Nel 1988 Carla e altre decidono di dare vita a una sede della LUD a Cernusco:

Per i primi due anni ci siamo incontrate nel Consultorio ASL (che nel frattempo era sorto con tante manifestazioni delle donne), dove facevo parte del comitato di gestione. Poi ci è stato detto che non potevano più darci lo spazio. Ho chiesto all’assessora se potevamo avere uno spazio nella biblioteca e con grande sorpresa mi sono sentita dire SI. Era il 1990 e da allora ci troviamo da settembre a maggio ogni giovedì mattina. Vengono tra le 20 e le 25 donne, secondo gli impegni. C’è chi si avvicina una prima volta, atre che sospendono qualche anno perché sono diventate nonne o hanno i genitori anziani, ma poi tornano perché si tengono sempre informate. Vengono anche donne più giovani, ma quando trovano da lavorare poi sospendono.

Ogni anno, prima dell’estate, il gruppo individua un tema intorno a cui si articolano gli incontri che si svolgeranno da settembre a maggio. Sulla base del tema scelto invitano le “coordinatrici”, donne che hanno studiato l’argomento, ne hanno scritto o in qualche altro modo hanno sviluppato delle riflessioni. Durante gli incontri si discute a partire dalle letture suggerite dalle coordinatrici, “ognuna con la sua storia e per come la capisce”, dice Carla:

Abbiamo capito che i libri classici non sono poi così difficili da leggere e commentare. Così i saggi di attualità. A volte usiamo anche spezzoni di film come base per la discussione. Da tre anni ci siamo avvicinate alla poesia, all’inizio eravamo titubanti ma ci siamo dovute ricredere perché la nostra coordinatrice è riuscita a coinvolgerci ed emozionarci.

Giovedì dopo giovedì intessono una forma di conoscenza che unisce al piacere intellettuale il piacere della relazione. Come racconta Carla:

Tra noi rimane una bella amicizia, oltre all’amore per la lettura, per le discussioni, per le emozioni che proviamo. Ci sono alcune donne che vengono da Milano, da Cassina de’ Pecchi, da Bussero, da Segrate. Quando si assentano è solo per motivi familiari, e se mancano si informano su come è andato l’incontro.

Ora vorrei sapere di più della vita di Carla. Sono incuriosita dalla sua vicenda personale, dai suoi intrecci con quella di una generazione. La sua storia è anche parte della mia di donna più giovane, ha contribuito a costruirla, tra continuità e discontinuità. Perciò chiedo a Carla che cosa l’abbia spinta, trent’anni fa, ad avvicinarsi ai corsi delle 150 ore.

Mi aveva spinta il voler sapere di più. Io la mia battaglia non l’ho fatta in piazza, l’ho fatta in casa. Mi sono formata con il giornale Noi donne, ho cominciato a leggerlo a 16 anni, perché mia madre lo prendeva. Mio padre era stato segretario della Camera del lavoro del paese. Mio nonno è stata una fonte di sapere immensa. Il nonno era un “figlio della ruota”, sua mamma andava a servizio da quando aveva 10 anni ed era stata violentata dal padrone di casa. E’ stato adottato, e quando è cresciuto è andato a cercarla. Aveva 36 anni quando l’ha conosciuta. Lei aveva tenuto il segreto con tutti, perfino con quello che poi diventò suo marito e padre degli altri suoi figli. Il nonno si riteneva, nella sfortuna, fortunato. Perché le suore gli hanno voluto bene e gli hanno insegnato a leggere e scrivere. Scriveva tutti giorni su un diario.

Carla è nata in Germania, dove suo padre era stato mandato a lavorare perché non arruolabile. Era il 1943, l’Italia aveva appena annunciato la rottura dell’alleanza con la Germania. Lei e la sua famiglia si salvarono grazie al fatto che il tedesco presso cui il padre lavorava li fece fuggire e rientrare clandestinamente in Italia, dove si stabilirono in un piccolo paese tra Mantova e Ferrara, Borgofranco sul Po’ (non lontano dalla zona colpita dal recente terremoto). E’ il 1960 quando la sua famiglia si trasferisce a Cernusco sul Naviglio.

Sono arrivata a Cernusco che avevo 17 anni. Ambientarsi è stata dura. Coi suoi diecimila abitanti, Cernusco era una città. Ero considerata straniera. Uno dei primi commenti quando sono entrata in un negozio: “tel chi un’altra che l’è vegnuda a tor al pan ai nostri fieu”. Ecco qua un’altra che arriva per togliere il pane ai nostri figli. Vi ricorda qualcosa? Quando sono andata a Milano la prima volta per fare i documenti all’anagrafe, il conducente del tram mi chiese: “sei straniera?”

Dai 10 ai 15 anni Carla era andata a scuola per diventare magliaia e poi per due anni aveva lavorato in casa. Quando arriva a Cernusco, a 17 anni, ha già un mestiere, è “una magliaia finita”. Si mette in cerca di lavoro, e lo trova senza difficoltà:

Ho cercato lavoro a Monza, dove sapevo che c’erano dei maglifici. Appena scesa dal treno, in stazione, ho incontrato alcune operaie che lavoravano proprio nella fabbrica di fronte. Ho trovato subito lavoro. All’inizio è stata dura. Dopo i primi anni è iniziato il periodo degli scioperi per le 8 ore, i turni di riposo, eccetera. Da noi operaie arrivate per ultime si aspettavano che non facessimo sciopero per paura di perdere il posto. Invece… figurati, con un padre sindacalista, se non lo facevo. Avevo un’ora di pulmann per andare e una per tornare. In quel tempo leggevo. Non vedevo l’ora! E’ stato un bel periodo.

Dopo 5 anni Carla si sposa e si licenzia dalla fabbrica. Compra una macchina di maglieria e la sistema in una stanza della casa.

All’inizio mi sembrava bello perché mi gestivo da sola, poi mi sono accorta che mi ero fregata da sola perché alla fin fine lavoravo più di prima, più delle 8 ore della fabbrica. E in più mi mancava la compagnia. I figli abbiamo aspettato tre anni prima di farli, perché volevamo vedere come stavamo insieme. Mia madre si oppose in tutti i modi al mio matrimonio, perché mi voleva tutta per sé. Ho provato a tornare a lavorare in fabbrica, ma poi ho lasciato. Mia madre, che nel frattempo era rimasta vedova ed era venuta a vivere da me, mi faceva venire i sensi di colpa e invece di aiutarmi coi bambini me li metteva contro. Diceva che andavo a lavorare perché non ci volevo più bene. E quando tornavo a casa li trovavo arrabbiati con me.

I bambini non sono più piccoli quando a Carla, con un passaparola, arriva notizia dei corsi delle 150 ore. Decide di frequentarli, ma in segreto:

Per 3 anni non ho detto a mio marito che ci andavo, perché avevo paura che mi dicesse che era inutile. Lui ancora adesso mi dice che passo troppo tempo a leggere.

Poi la forza del gruppo e della parola scambiata tra donne ha la meglio sui timori. Carla impara a non nascondere né censurare la sua passione per lo studio e per la lettura, che diventa anche bisogno di partecipazione e impegno per costuire e gestire luoghi di socialità. Da allora, non ha mai smesso.

Eleonora Cirant

Il gruppo della Libera Università delle donne di Cernusco durante il corso sull’Iliade (2011)

Casa in costruzione problemi legali

La signora ha comprato una casa in costruzione, ed ora che è costruita sorgono dei problemi con la ditta di costruzioni.

Buongiorno avvocato,

sono molto preoccupata perché nel 2009 ho investito tutti i miei risparmi per l’acquisto di una casa in costruzione e ora la società che ha edificato l’immobile rifiuta di addivenire al rogito notarile, cosa devo fare?

Gent.ma Signora,

dal momento in cui Lei ha adempiuto correttamente alla Sue obbligazioni, vale a dire ha corrisposto il prezzo pattuito per la vendita, deve immediatamente notificare al venditore una diffida ad adempiere, ovvero un atto stragiudiziale diretto ad intimare al venditore di addivenire al rogito notarile.

Nel caso in cui il medesimo, tuttavia, rifiuti di addivenire spontaneamente alla stipula del rogito deve intraprendere l’azione giudiziale ex art. 2932 c.c. -Esecuzione specifica dell’obbligo di concludere un contratto- che obblighi il venditore in modo coattivo alla stipula del contratto definitivo.

Preme evidenziare, inoltre, che tali azioni devono essere fatte con una certa solerzia, posto che in tali casi vi è serio pericolo, soprattutto nel caso in cui il preliminare non fosse stato trascritto presso la competente Conservatoria dei Registri Immobiliari, di perdere ogni garanzia.

Le consiglio vivamente, quindi, di recarsi da un legale con tutta la documentazione in Suo possesso, segnalando in ogni caso che lo Sportello Donna è a Sua disposizione per eventuali dubbi e necessità.

Avv. Daniela Meneghelli, Sportello donna Cernusco S.N.

Ancora posti per il mercatino di EcceMamma

Ci sono ancora posti per venditrici per il mercatino che si svolgerà il 9 giugno dalle 14.30 in Piazza Gavazzi. Se hai cose da vendere, AFFRETTATI e contatta patrizia@eccemamma.it per l’iscrizione. Il costo dell’iscrizione sarà di 5 euro, a copertura delle spese organizzative.
Il mercatino di Eccemamma si svolge sabato 9 giugno dalle 15.00 alle 19.00 in Piazza Gavazzi a Cernusco.
Attrezzature, abbigliamenti, giochi e quant’altro, per riutilizzare, scambiare, vendere e comprare.
Scarica il volantino di EcceMarket

Elezioni amministrative in Martesana Le donne sono ancora poche

Il Gruppo UDI ‘Donnedioggi’-Cernusco e Martesana denuncia: le recenti elezioni amministrative in Martesana hanno portato ben pochi cambiamenti rispetto alla cronica assenza delle donne dalla politica. Bussero è l’unico Comune che ha raggiunto la presenza paritaria delle donne in Consiglio comunale. A Cernusco la “maglia nera”, con i 16 consiglieri eletti tutti uomini, mentre va meglio la presenza di donne in giunta: addirittura 2 su 5!
Il Gruppo si chiede anche perché la partecipazione delle donne alla politica istituzionale sia ancora cos’ difficile. Individuano la responsabilità dei partiti, da un lato, ma anche la rinuncia da parte delle donne stesse. Qui il loro documento:

E’ terminata da pochi giorni la costituzione dei Consigli comunali e delle Giunte nei 3 Comuni della zona Martesana ; Cernusco sul Naviglio, Vimodrone e Bussero, che sono andati al voto del 6-7 maggio 2012.

Dopo il lavoro di sensibilizzazione e richieste precise fatte da parte nostra ai partiti e ai movimenti politici, oltre che ai candidati Sindaci, perché aumentassero il numero delle donne presenti nella politica amministrativa, abbiamo analizzato e confrontato le preferenze date alle donne in lista da parte dei cittadini (elezione dei Consiglieri comunali) e le scelte operate dai Sindaci nella composizione delle Giunte.

I risultati non ci entusiasmano. Ci aspettavamo un cambiamento più netto; invece alcune realtà si sono rivelate deludenti.
A Cernusco la situazione peggiore: su 16 consiglieri eletti, non figura nessuna donna.
A Vimodrone va meglio : sono state elette 4 donne su 16 consiglieri.
A Bussero la situazione ottimale: 5 donne elette su 10 consiglieri. Il 50 e 50 raggiunto!
Se poi guardiamo la presenza di donne nelle Giunte, dove la nomina degli Assessori è di competenza del Sindaco, i risultati sono i seguenti:
a Cernusco: 2 Assessore su 5
a Vimodrone: 2 Assessore su 5
a Bussero: 1 Assessora su 4.

In qualche modo, Cernusco ha recuperato la visibilità delle donne con la cooptazione in Giunta (liberando qualche posto di Consigliera comunale per le donne prime non elette), e Vimodrone ha confermato la situazione. Ci saremmo aspettate che Bussero mantenesse tra gli assessori il 50 e 50 ottenuto con le votazioni in Consiglio comunale. Ma così non è stato.
Superata l’immediata delusione dei risultati, poco favorevoli alle donne, ci siamo chieste perché sia così faticoso per le donne essere elette (e/o designate).

Riteniamo che i partiti abbiano un ruolo essenziale nel promuovere le donne in politica, e che non lo abbiano fatto, o lo abbiano fatto troppo poco. Sono i partiti che organizzano il consenso dei propri elettori, e avrebbero dovuto dare maggiori indicazioni di voto, in questo caso, per le donne.

Inoltre i partiti fanno crescere (o dovrebbero far crescere) nuovi aderenti al loro programma politico, attraverso corsi di formazione, approfondimenti culturali. Allora anche il linguaggio della politica dovrebbe cambiare, anche i contenuti, più vicini alla concretezza della vita quotidiana dei cittadini; anche modalità e tempi degli incontri dovrebbero essere più vicini ai tempi e alle richieste delle donne. Spesso invece la politica si nutre di parole incomprensibili ai più (il ‘politichese’) e di incontri-fiume inconcludenti. E questo allontana le donne che vorrebbero vivere la politica come servizio .

In ogni caso non vogliamo tacere un fatto fondamentale: le donne hanno ancora poco coraggio. Talvolta, sollecitate, richieste perché entrino in politica, rinunciano per poca autostima (‘Non ne sono capace’), o perché vedono giustamente le mille difficoltà che si frappongono tra la famiglia e un impegno che può diventare troppo pesante, se anche gli uomini non cambiano il loro tradizionale ruolo.

E da ultimo, anche gli elettori e le elettrici, dovrebbero avere più fiducia nelle donne e votarle!
Ma si sa, il cambiamento culturale è il più difficile da realizzare.
Allora, se in Italia non vogliamo aspettare 200 anni (è il tempo che è stato calcolato per una pari presenza di uomini e donne in politica, lasciando le cose come stanno!), occorrerà che i partiti, i movimenti politici, anche lo Stato, introducano norme e regole obbligatorie per arrivare alla DEMOCRAZIA PARITARIA. Solo in questo modo è stato possibile per i Tedeschi avere una Cancelliera come la Merkel, oppure per i paesi scandinavi avere donne capo di Stato e di governo.

Le donne devono entrare in politica e contare dove si prendono le decisioni , non perché siano migliori degli uomini, ma semplicemente perché sono oltre il 50% della popolazione, e come tali, meritano comunque di essere rappresentate e rappresentare la metà dei cittadini.

E noi dell’UDI speriamo, anzi, siamo convinte, che le donne sapranno fare, anche in politica, scelte coraggiose e portare novità fondamentali per tutta la società.
Cernusco s/N , 28 maggio 2012
Gruppo UDI ‘Donnedioggi’-Cernusco e Martesana
donnedioggi@tiscali.it
DOPO le elezioni amministrative. Le donne sono ancora poche! (scarica il pdf)
Crediti immagine: http://pensieri-a-colori.leonardo.it/blog/2006/ott/pag2/ottobre.html