Archivia 23/02/2013

Rosso

Mentre cucino mi verso un bicchiere di vino, per allietare un po’ il mio pranzo solitario. Lo faccio sempre. Ma oggi il mio rosso è più scuro e limpido del solito, e odora di vaniglia tabacco e panelle. Allora mi torna in mente un Natale, fra i tanti trascorsi a casa dei nonni.

Eravamo in cucina, la nonna e io, gli altri a giocare a tombola accanto al camino. La nonna friggeva le panelle e io la osservavo estasiata, così bella pur con le sue rughe, la schiena curva, il profilo indurito dagli anni.

Fuori infuriava un putiferio di sibili, cocci che cadevano, imposte che sbattevano, cartacce come aeroplani, ulivi a sbracciarsi impazziti su un cielo torvo e minaccioso. In cucina, accanto alla finestra, un mulinello di foglie tenere venute da chissà dove volteggiava con grazia su un turbine invisibile. Certamente il movimento era creato da una corrente clandestina penetrata attraverso gli infissi, ma io, in preda al mio infantile entusiasmo, pensai che le foglie si stessero muovendo in una danza magica, sull’onda malinconica dei vapori effusi dal vin santo aggiunto alla pastella: melodia che le mie orecchie immaginarono di udire davvero.

È il rosso, il colore che prevale nei miei ricordi d’infanzia.

C’è il rosso brillante delle mie ballerine di vernice, l’amaranto della mia mantellina in lana cotta, il bordeaux del mio primo astuccio di scuola. C’è il carminio di una scatola alta e stretta in fondo a un vicolo striminzito di un borgo di case aggrappate l’una all’altra in cima a una collina: la casa dei nonni. L’intonaco ruvido era di una tinta granata accesa, come gli stimmi di un fiore di zafferano, che la faceva spiccare fra le altre costruzioni, più larghe e basse, tutte dai colori tenui, diversi toni di rosa e giallo.

E ancora, c’è il rubino del vino di zio Piero, di cui a Natale anche a noi bambini era concesso bere qualche sorso per esaltare il sapore delle frittelle della nonna: le panelle di mele e vin santo, che ancor oggi ricordo come la più grande delizia del palato e che per le feste non potevano mai mancare.

Della casa dei nonni amavo gli aromi. Il sentore di vaniglia che pervadeva ogni stanza per l’abitudine della nonna di profumarsi con quell’essenza zuccherina, e l’odore dolceamaro del tabacco, che un tempo il nonno fumava nella pipa e di cui conservava ancora qualche presa, da annusare per ravvivare i ricordi prima di raccontare a noi nipoti le avventure di quando navigava.

Questa sera è bastato un tramonto per farmi travolgere dai ricordi.

Mi aggrappo alla memoria, spiego le ali, e col sapore di vino e panelle ben stretto tra le labbra, decollo. Virando in volo catturo un alito di brezza, il palpito di un suono. Quassù è più dolce, il rosso del cielo.

«Sono a casa, nonna» sussurro piano al mio cuore mentre plano.

La casa è una scatola rossa, più stretta e bassa di un tempo. C’è il cartello vendesi a destra del portone, accanto a una targhetta senza nome. Il color granata è sbiadito, e dov’è scrostato, l’intonaco tradisce un rosa pallido.

Non serve bussare, in un attimo sono dentro ad avvitarmi sulla spirale delle scale, e odori colori e sapori riaffiorano, s’incollano al cuore, mi porgono ricordi che credevo di aver perduto. Li respiro.

Nell’aria ferma, una voce sottile di vento sbuffa e mi sfiora, un mulinello di foglie brune s’invola e volteggia al ritmo di una melodia nostalgica, e io mi sento così leggera che inizio a danzare, danzo con loro. Sul profumo di fiori frittelle e vin santo, fra il bianco il grigio il rosa dei marmi, il bruciato della terra, l’oro delle iscrizioni e il baluginare dei lumini.

Solo due passi al marmo rosso, l’unico. Quello col mio nome in caratteri di bronzo, una foto di me invecchiata e due date, una che non riconosco.

L’istinto grida via, via da quel pensiero, e io subito fuggo, corro a cercare il blu dolce e sereno delle mie notti di bambina. Ma niente, quel blu non esiste. Non qui. Non adesso.

Il sole morente è di un cremisi intenso, s’adagia sul cobalto del cielo e lo snatura… né rosso né blu: viola.

Sorrido. È qui la mia casa. All’ombra di un fiore

Sabrina Calzia

Immagine: www.flickr.com/photos/37576773@N08/3811537169

Identità a termine

L’intreccio tra identità e lavoro è al centro di questo articolo inviato a cernuscodonna.it da Silvia Di Pietro, cittadina di Bussero e socia di InFormazione

IDENTITA’ A TERMINE

 Un futuro solido. È questo ciò che manca, ciò che viene negato costantemente a NOI giovani. E quando dico noi mi riferisco a chi studia sperando che l’ansia per gli esami e quelle nozioni accademiche possano servire un giorno a qualcosa, mi riferisco a chi ha lasciato gli studi dalle superiori per poi rendersi conto di aver commesso uno sbaglio e ha avuto la forza di ritornare sui suoi passi, mi riferisco anche a chi lavora e per arrivare ad uno stipendio deve dividersi in mille… almeno avesse il dono dell’ubiquità!!!

Certo, c’è chi riesce ad affermarsi, a costruire qualcosa di concreto, ma quanti sono in realtà?

Ogni giorno ci viene detto “Don’t be choosy”, ci viene chiesto di adattarci a qualunque condizione, senza badare se “questo o quello” è ciò che fa per noi. Ci viene detto che bisogna fare la gavetta, perché “ci sono passati tutti” ma questa gavetta per noi può durare una vita intera. Una condizione di indeterminatezza, di insicurezza sembra essere una costante nella nostra continua crescita e ricerca di autonomia lavorativa.

Sempre più sono i giovani che “scappano”, provano a intraprendere un cammino al di fuori del nostro Paese, spesso senza sapere a cosa realmente vanno incontro, a volte tornando a “mani vuote” o sopravvivendo per non deludere o essere delusi da quella che credevano essere “la nuova America”.

Viene costantemente negata la possibilità di affermare un’ identità lavorativa e personale. Così facendo però non si va a “violare” solamente la sfera economica di una persona, ma viene negato ciò che può rendere un’entità definibile e riconoscibile, lasciando la maggior parte dei giovani in un “limbo”, uno spazio indefinito nel quale vagano costantemente alla ricerca di una solidità.

L’introduzione del lavoro “atipico” in Italia ha prodotto notevoli mutamenti nel mercato del lavoro. Tali mutamenti non sono soltanto legati all’occupazione-disoccupazione, ma riguardano soprattutto il rapporto tra lavoratore e lavoro. Il mercato del lavoro contemporaneo sembrerebbe così includere anche il “Mercato della vita”. Si scambia, oltre alla capacità lavorativa, anche l’intera personalità del lavoratore. Sia che si tratti di precarietà oggettiva, legata alla situazione contrattuale, sia che si tratti di precarietà soggettiva, dovuta ad una percezione personale e alla costante paura di perdere il proprio posto di lavoro.

Ciò che viene proposto oggi è qualcosa di IMPOSSIBILE. Non si può pretendere che un neolaureato o un neodiplomato abbiano avuto esperienza quando il più delle volte c’è la necessità, o meglio l’obbligo di seguire lezioni senza avere possibilità di intraprendere nel frattempo un percorso lavorativo vero e proprio. E poi, perché quantificare l’esperienza? Non sarebbe meglio qualificare l’esperienza?

Credo che la questione sia ampiamente discutibile. Provate a pensare ad un’esperienza pluriennale di una persona che non ha fatto altro che svolgere lavori troppo scomodi per altri , che non ha avuto alcun modo di vedere effettivamente il lavoro per il quale avrebbe firmato un contratto. Ora, questa persona può definirsi ricca di una esperienza lavorativa? Io dico di no.

Riflettiamo insieme sulle modalità di ricerca di un lavoro. Internet, con la sua infinità di siti a cui rivolgersi (e spesso, direi anche troppo, gli annunci sono sempre gli stessi), ci sono poi le agenzie interinali, i giornali (ora praticamente non più consultati), il passaparola e, dulcis in fundo, le raccomandazioni.

I siti internet spesso traggono in inganno, non specificano la mansione, risultano essere così vaghi e non danno una sicurezza sulla ricezione del curriculum inviato. Nessuna risposta, non abbiamo neanche più l’umiliazione di sentirsi dire “Grazie, le faremo sapere”.

E sono proprio in questi siti che si inseriscono cosiddette agenzie, con “comprovata e pluriennale” presenza sul territorio nazionale e internazionale. Società fasulle che promettono lavoro, e lo danno è vero, ma non per quello per cui ci si è proposti. Sono delle vere e proprie truffe contro cui qualcosa sta iniziando a muoversi. Sono “società fantasma” che promettono di farti lavorare in una determinata posizione lavorativa e che in realtà poi si concretizzano come il classico venditore “porta-a-porta”.

Un altro punto su cui riflettere sono le pochissime possibilità di entrare a far parte di una realtà lavorativa piuttosto che di un’altra. Questo perché (così dicono) il mercato del lavoro è ormai saturo. Ma questa condizione a cosa è dovuta? I giovani ci sono … Direi di sì, ma non sono troppi quelli che sono “a spasso”? Quanti occhi pieni di entusiasmo vediamo uscire dalle università tenendo ben in vista la loro laurea lucente in mano e quanti di questi occhi vediamo poi spegnersi sotterrati da contratti indecenti di 15 ore settimanali, di un mese più possibilità di proroghe che non ci saranno mai, di possibile inserimento in azienda. Che vergogna! Sprechiamo talenti come niente fosse e poi ci lamentiamo perché il Paese rimane immobile, cristallizzato nelle sue stesse ferite.

La spiegazione di questa condizione la si trova facilmente: prolungamento dell’età pensionabile. O forse questa è una delle scuse utilizzate per coprire una mentalità radicata a fondo, quella italiana del clientelismo, di chi non lascia la poltrona fino all’ultimo e oltre, dell’Italia che manda avanti “il figlio di”, di un Paese che non vuole crescere e preferisce rimbalzare gravosi problemi dalla destra alla sinistra perché è più comodo così.

Queste dinamiche convergono tutte verso un punto focale e cioè la costruzione di una “identità a termine”. Un’identità che non può costruirsi fino in fondo, non permette di dimostrare le proprie capacità e le proprie qualità. Un’identità che rimane incompleta, tronca, mancante. Le porte sono sempre più chiuse in una società che si presenta vecchia, incapace di accogliere le novità e coltivare nuove forze lavoro (e non di sfruttarle e basta).

Silvia Di Pietro

Immagine: http://static.blogo.it/artsblog/give-me-five-6-marzo-23-giugno-2013-stadel-museum/o-arntz-holzschnitt.jpg

Espatrio figli di genitori separati

Genitori separati ed espatrio minorenni. Informazioni utili

Gentile avvocatessa,

sono separata da mio marito e il Tribunale ha deciso i tempi e modi secondo i quali il mio ex marito potrà vedere nostro figlio di tre anni. Preciso che il padre non è italiano e temo che, mosso dalla rabbia nei miei confronti, possa portare con sé all’estero senza il mio consenso il mio bimbo.

Gentilissima Signora,

ad oggi tutti i minori devono essere muniti di un documento individuale per espatriare e non possono essere più iscritti, come un tempo, sul documento dei genitori; ciò per evitare il pericolo della sottrazione internazionale. Entrambi i genitori, dunque, devono prestare assenso al rilascio del passaporto del minore e nel caso in cui questo manchi occorre adire il Giudice Tutelare affinché, previa valutazione di tutte le circostanze del caso concreto, rilasci il nulla osta.

La normativa inerente le modalità di espatrio è, dunque, diventata più stringente nel corso degli ultimi anni e il codice penale (art. 574 bis c.p.) oltre che le numerose convenzioni internazionali puniscono la sottrazione di minore creando istituzioni ad hoc che tutelano il genitore costretto ad affrontare tali difficoltà.

Presti attenzione a che, nei periodi in cui il padre (genitore non affidatario) tiene con sé il minore, non lo trattenga oltre il periodo stabilito e nel caso in cui abbia fondato timore che possa porre in essere tale tipo di reato richieda immediatamente al Tribunale competente un provvedimento che vieti l’espatrio.

I miei più cordiali saluti

Avv. D.M. (Sportello donna Cernusco s/N)

Immagine: www.artsblog.it/galleria/banksy-slave-labor/2

Dimenticate Bollywood

Mahasweta Devi, bengalese, è una delle più grandi scrittrici contemporanee, ed ha dedicato tutta la sua vita ai diritti degli esclusi. Nata a Dacca nel 1926, nel Bengala orientale, quando il Bangladesh ancora non esisteva, è residente a Calcutta, e scrive di contadini, braccianti, fuoricasta e adivasi, vittime estreme la cui vita vale meno di quella delle bestie.

Mahasweta Devi definisce i suoi scritti (42 volumi di racconti, romanzi e opere teatrali) “duri, spietati, brutali, letali, necessari”. Perché smascherano la violenza di un’India intrinsecamente feudale, progettata per garantire il benessere alle classi privilegiate attraverso lo sfruttamento di milioni di persone.

E’ lei stessa che afferma:

“Dopo aver letto i miei lavori, il lettore dovrebbe affrontare la verità dei fatti, vergognarsi della vera faccia dell’India […] In India ogni cosa è destinata alle classi privilegiate, cui anch’io appartengo. A noi, e a noi soltanto, sono riservate le possibilità di studiare, di avere accesso al mondo dell’arte, della letteratura e della cultura. […] La mia esperienza mi fa essere perpetuamente arrabbiata, ci sono sfruttatori e forme di sfruttamento imperdonabili.[…] E dal momento che io credo nella collera, in una violenza giustificata, strappo la maschera all’India progettata dal governo, per denudarne la brutalità” (M. Devi, 1998)

E la Devi scrive soprattutto delle donne, ultimo anello di questa catena di sopraffazione, del loro corpo martoriato che rimane l’unico, indispensabile, strumento di lotta e ribellione.

Un corpo oltraggiato, massacrato, denudato, che non dovrebbe nascondersi perché la vergogna non è sua, ma di chi l’ha così brutalmente ferito.

Come il corpo della protagonista di Draupadi, il primo racconto della raccolta La preda, edito da Einaudi nel 2004. Draupadi è una donna della tribù santal ritenuta una pericolosa  terrorista che, dopo essere stata catturata e violentata, in un gesto estremo di oltraggio all’autorità, si presenta nuda davanti al capo della polizia che ha consentito lo scempio del suo corpo, svilendo così la sua autorità e virilità.

“Draupadi è ora in piedi davanti a lui. Nuda, le cosce e il pube chiazzati di sangue rappreso. I seni, due ferite aperte. Cosa sta succedendo? sta per sbraitare. Dritta davanti a lui, con le mani sui fianchi, ride e dice: -L’oggetto della tua caccia, Dopdi Mejhen. Sei stato tu a dirgli di stuprarmi, non vuoi vedere come stati bravi?”.

Allo stesso modo, Mahasweta Devi nei suoi scritti mostra le ferite di quell’indegna violenza istituzionalizzata indiana, prepotente e vigliacca che, una volta smascherata, ha vergogna e paura di se stessa. I personaggi femminili sono quelli che colpiscono più profondamente, figure  di grande forza, capaci di  passioni e di autodeterminazione.

deviCosì è anche Gangor, protagonista del racconto, Choli ke picche = Dietro il corsetto (contenuto ne La trilogia del seno, Filema, 2005), e del film che porta il suo nome, Gangor appunto, per la regia di Italo Spinelli, realizzato in una coproduzione tra Italia e India nel 2010.

Il film narra di Upin, un affermato fotografo di Calcutta, che volendo catturare alcune immagini per denunciare la condizione femminile nei villaggi rurali, fotografa anche Gangor, bellissima ragazza, intenta ad allattare il suo bambino. Proprio quell’immagine verrà pubblicata in prima pagina sul quotidiano per cui lavora, sconvolgendo la vita della ragazza, che da quel momento diventa una reietta della società, avendo dato scandalo con il suo seno nudo. Rimasta sola in preda alla violenza degli uomini del villaggio, viene picchiata, stuprata, violentata anche dalla polizia e costretta a fare la prostituta. Il fotografo, resosi conto troppo tardi di quel che la sua immagine ha provocato, tenta in tutti i modi di salvare la ragazza ma invano. Sarà la stessa Gangor, con coraggio e determinazione a denunciare l’accaduto, portando avanti anche in tribunale la sua difesa.

Nel Sistema bibliotecario Nordest potete trovare:

 La cattura / Mahasweta Devi ; traduzione dal bengalese e cura di Federica Oddera ; con una nota di Paolo Bertinetti. – Roma ; Napoli : Theoria, 1996. – 183 p.

La preda: e altri racconti / Mahasweta Devi ; postfazione e cura di Anna Nadotti ; traduzione dal bengali di Babli Moitra Saraf e Federica Oddera. – Torino : Einaudi, c2004. – 251 p.

Trilogia del seno / Mahasweta Devi ; saggi di Gayatri Chakravorty Spivak ; traduzione dall’inglese e cura di Ambra Pirri. – Napoli : Filema, c2005. – XXIX, 174 p.

Gangor : il coraggio di una donna / un film di Italo Spinelli ; [con] Adil Hussain, Priyanka Bose, Samrat Chakrabarti … [et al.] ; soggetto e sceneggiatura Italo Spinelli, Antonio Falduto ; liberamente tratto dal racconto di Mahasweta Devi ; musiche Iqbal Darbar. – Campi Bisenzio : Cecchi Gori home video, c2011. – 1 DVD (91 min.).

Fratellino o sorellina?

Fratellino o sorellina? Una bibliografia per i piccoli che “aspettano”
Una sorellina per Camilla
Nicolò desidera un fratello
Fior di giuggiola
Quando sono nato
Capricetto rosso vuole un fratellino
La principessa numero due

… e tanti altri libri da leggere insieme in questa bibliografia a cura della biblioteca pubblica di Cernusco s/N
Scarica la bibliografia
 

Image: '11th July: Joseph & bump'
www.flickr.com/photos/64958688@N00/4784344396
Found on flickrcc.net

Il Labirinto, uno spazio per non perdersi

Nello scorso dicembre hanno parlato di malattie sessualmente trasmissibili e virus dell’HIV. A marzo andranno a visitare il campo di sterminio di Mathausen. Con “Giù la maschera” hanno vinto il concorso per cortometraggi organizzato dalla Provincia di Milano nel 2012 e l’anno precedente quello intitolato “Immagine donna”, organizzato dall’Assessorato alle pari opportunità del Comune di Cernusco. Propongono al pubblico concerti, rassegne e serate a tema.

I protagonisti di queste iniziative sono ragazzi e ragazze che partecipano alle attività del Centro di aggregazione giovanile (Cag) “Il labirinto” di Cernusco s/n. Punto di riferimento per incontrarsi, fare musica, studiare, creare e partecipare alla vita della città, il Labirinto è frequentato da circa 200 tra ragazzi e ragazze, in gran parte cernuschesi e in gran parte maschi: 70 su 100 circa. C’è chi fa il tecnico, chi fa il liceo, chi fa l’università, chi ha abbandonato gli studi precocemente: il Labirinto è una fotografia del mondo giovanile a Cernusco.

Il Centro offre parecchie occasioni per non perdersi, con spazi e strutture: sono disponibili una sala per concerti e piccole rappresentazioni teatrali; una stanza completamente dedicata alla radio web MXT, che è il nucleo del progetto intercomunale Spazio giovani martesana [link]; lo spazio dedicato allo studio, una ludoteca con il calcetto e giochi in scatola, il wi-fi in tutta l’area con la possibilità è possibile navigare in internet e utilizzare strumentazione informatica varia. E una sala prove coi fiocchi:

Il Cag ha una sala prove attrezzata, con mixer, amplificatori per chitarra, basso e batteria. I ragazzi la prenotano negli orari di apertura del centro e pagano una quota di 5 euro all’ora, una cifra simbolica. I ragazzi che la utilizzano poi fanno anche dei concerti. Abbiamo fatto di recente una rassegna di musica hip hop. In questo modo sosteniamo la cultura giovanile e salviamo i timpani dei vicini di casa.

A descrivere questa ed altre possibilità del Centro è Nico Acampora, uno dei 4 degli educatori ed educatrici presenti dal lunedì al sabato negli orari di apertura Gli chiediamo come nascono le iniziative al Labirinto:

I ragazzi si incontrano e parlano tra loro. Da questi incontri nascono anche delle iniziative. Non sono iniziative proposte a priori cui i ragazzi aderiscono e credo che questa sia la formula vincente, che fa sì che da 20 anni sia molto frequentato. Non avendo attività strutturate abbiamo la possibilità di chiaccherare molto, di raccogliere e rilanciare i temi dei ragazzi, che possono rivolgersi liberamente agli educatori e alle educatrici a seconda dell’empatia e della simpatia.

In questo modo sono nate parecchie iniziative culturali, sociali e divertenti. Concerti, rassegne di musica di vari generi musicali, realizzazione di cortometraggi come quello che l’anno scorso ha vinto il concorso Stop alla violenza sulle donne:

 L’abbiamo proposta noi ai ragazzi in occasione di un concorso della Provincia di Milano. Abbiamo parlato con loro dei diversi tipi di violenza che esistono, che non identificavano come tale, ad esempio lo stalking o la violenza domestica. Da queste chiacchere è nata l’idea di partecipare al concorso e girare il video. Si intitola Giù la maschera ed è visibile su youtube

Le pagine più cliccate del sito spaziogiovanimartesana.org riguardano i ritardi mestruali e come è fatto l’apparato riproduttivo maschile e femminile. Non è difficile immaginare un collegamento con il fatto che chi partecipa alle attività del Labirinto abbia voluto promuovere una serata di informazione sulla diffusione del virus dell’HIV:

A dicembre abbiamo fatto un concerto in cui i ragazzi hanno scritto i testi delle canzoni che trattavano tutte il tema dell’HIV. La Provincia di Milano è la provincia con il più alto numero [in Lombardia?] di nuove contrazione del virus tra i giovani. A questa serata ha partecipato anche l’Asl. In quell’occasione abbiamo distribuito del materiale informativo sulle malattie a trasmissione sessuale, abbiamo proiettato dei video fatti dai ragazzi, che hanno cantato le loro canzoni, abbiamo distribuito dei preservativi.

La partecipazione al Centro si alimenta delle iniziative stesse che vengono organizzate, molto dai Social network o ancora tramite il metodo più consolidato… Passaparola!

E. Cirant

Giù la maschera!

Prevenire e intervenire nelle situazioni di disagio: un’ottica di genere.

Servizi sociali e disagio femminile. Come mettere in luce l’insidioso patriarcato domestico ancora presente, il disagio relazionale nelle famiglie e quindi il rischio di violenza? Una riflessione dell’associazione InFormazione – Università Milano Bicocca, inviata a cernuscodonna.it da Silvia Di Pietro, cittadina cernuschese e socia di InFormazione

All’interno della variegata realtà dei servizi rivolti alle persone si sono diffusi, in particolar modo negli ultimi anni, servizi esplicitamente volti al sostegno della figura femminile, orientati per lo più dagli “studi delle donne”, i quali intervengono ponendo il loro focus specifico ai modelli di identità di genere e al loro evolversi.

Il disagio femminile si inserisce sempre all’interno di un conflitto tra una cultura sociale moderna che riconosce e valorizza il principio di reciprocità e complementarietà tra i due sessi ed al contempo il mantenimento di pratiche, sempre meno esplicite, di discriminazione della donna. Basti pensare alla dimensione professionale dove si tende a far prevalere un approccio di genere che possiamo definire “neutro” che in realtà nasconde spinte incoerenti e contrastanti con il principio di neutralità sopra citato.

Le donne hanno sviluppato una serie di consapevolezze e risorse che permettono di mettere in luce l’insidioso patriarcato domestico ancora presente, il disagio relazionale nelle famiglie e quindi il rischio di violenza. Indicatori empirici, a livello nazionale e oltre, fanno emergere uno stretto rapporto tra il valore dell’autonomia riconosciuto alle donne e il rispetto per l’identità femminile.

Occorre sviluppare nei diversi ruoli professionali la consapevolezza della differenza tra uomo e donna e la diversità dei due disagi, costruire strumenti di lettura del bisogno calibrati in relazione anche al criterio di genere che, ci tengo a specificare non sempre!, può essere fonte di problematiche.

Si tratta di costruire e promuovere luoghi fisici e simbolici dove programmare attività che abbiano lo scopo comune di riconoscere e valorizzare capacità e risorse femminili.

Gli interventi in tale direzione sono accomunati da diversi aspetti:

  • la contestualizzazione del disagio dei minori in relazione al disagio e alla svalutazione all’interno di nuclei familiari del genere familiare che pone la donna-madre in una condizione di subordinazione e svalutazione continua;
  • la consapevolezza pratica all’interno della fase di valutazione e progettazione dell’intervento della differenziazione del disagio ove questo sia legato alla svalutazione dell’identità del genere;
  • lo sviluppo da parte degli operatori di un atteggiamento autoriflessivo di rispetto alla cultura di genere.

Le azioni in tale direzione sono volte a sviluppare l’autostima del sé femminile ove rapporto tra autostima della madre e benessere del figlio è direttamente proporzionale, finalizzate al sostegno della maternità eliminando la categorizzazione della madre “cattiva”, promuovendo quindi la rielaborazione della maternità anche al di là dell’esito negativo della relazione madre-figlio.

La donna deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé. Solo allora non sarà più trascinata, ma trascinerà.

Crediti immagine:LYNN RANDOLPH - The Annunciation of the Second Coming
www.artwomen.org/gallery.htm

La banca del tempo, programma di febbraio 2013

Continuano i corsi:
il martedì
L’arte e la pratica della consapevolezza : dalle 9.00 alle 10.15
Andiamo all’opera? Sì, ma leggendola : dalle 15.00 alle 17.00
Danze Popolari : dalle 20.30 alle 22.00
di inglese :
per principianti : lunedì  dalle 15.30 alle 16.30
ripasso  : lunedì dalle 16.30 alle 17.30
conversazione : mercoledì dalle 11.00 alle 12.00
avanzato : giovedì dalle 17.00 alle 18.00
di base : venerdì dalle 16.30 alle 18.00
Risveglio muscolare
mercoledì dalle 9.30 alle 11.00
il giovedì  
“LABORATORIO CREATIVO”
(cucito, ricamo, maglia, telaio, uncinetto, pittura …)
dalle ore 15.00 alle 17.00 ca.
Opera:
Al Teatro Don Bosco a Carugate
Domenica 3 ore 20.00
“AIDA”
Mercoledì 13 ore 20.00
“NABUCCO”
Giovedì 14 ore 20.00
“NOTRE-DAME DE PARIS”
(Balletto in due atti)
“Curiosiamo nel computer – Microeconomia”
venerdì  dalle 15.00 alle 17.00
Il Gruppo di lettura si ritrova
Martedì 26
Ore 20.45 nella sede Bdt
La sede della Banca del tempo è in via Biraghi 37, ma ci trovate in Biblioteca   tutti i martedì dalle 16,30 alle 18,30 – tel.  02 9278307
Il numero di telefono per informazioni e prenotazioni è :  3381126678
 

Crediti immaginewww.wpclipart.com/education/cartoon_owl_sitting_on_a_book.jpg

One billion rising Cernusco – le prove