Archivia 31/07/2013

Posso portare mio figlio all'estero senza autorizzazione del coniuge separato?

Può un genitore separato portare per vacanza un proprio figlio minore all’estero, ancorchè munito di passaporto individuale valido, senza l’autorizzazione dell’altro coniuge separato?
Il genitore separato può legittimamente tenere con sé proprio figlio per il periodo delle vacanze estive, in conformità al provvedimento giudiziale di separazione. Va da sé che

il genitore, in quanto titolare di potestà sul minore, potrà portare quest’ultimo con sé anche all’estero ove provvisto di passaporto individuale valido, documento che viene rilasciato necessariamente con il consenso di entrambi i genitori.

Cio’ posto, leggendo il quesito, non mi è chiaro per quale motivo l’altro genitore neghi oggi l’autorizzazione; immagino, infatti, che al momento del rilascio la medesima abbia prestato il proprio consenso. Cosa è cambiato? E’ stata revocata l’autorizzazione?
Chiarisco, in ogni caso, che il genitore che neghi l’autorizzazione all’espatrio del figlio minore potrebbe proporre denuncia querela, il cui fondamento, tuttavia, andrà valutato dal Tribunale in relazione alla sentenza/omologa di separazione e alle mutate circostanze del caso concreto. Al fine di evitare lunghi e dispendiosi giudizi, comunque, Le consiglierei, ove possibile, di provare a trovare un accordo.
Daniela Meneghelli, Avv. Sportello donna Cernusco s/ N.
 

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Stop al femminicidio consigli di lettura

La Biblioteca sorregge idealmente lo striscione Stop al femminicidio, affisso sulla facciata di Villa Greppi.

Sulla spinta dall’atroce rincorrersi quotidiano dei fatti di cronaca molti sono i libri che negli ultimi tempi, ma non solo, sono stati scritti sul tema del femminicidio. Testimonianze, inchieste, analisi che tentano di riflettere e dare un senso alla mattanza (non vogliamo chiamarlo ‘fenomeno’, il termine ha una patina di ‘naturale’ per qualcosa che di naturale non ha nulla). Sono scritti quasi tutti di donne, anche se i primi a riflettere su questo stato di cose dovrebbero essere proprio i maschi, ritrovando nel proprio inconscio personale e di genere, nel proprio modo di pensare i rapporti, nel proprio bisogno di possesso, nella propria taciuta fragilità i prodromi della violenza.

La Biblioteca di Cernusco offre una selezione dei testi esistenti su fatti che sono spesso conseguenza di altri come la violenza domestica e sessuale, e lo stalking. I libri sono disponibili presso la biblioteca di Cernusco e le altre biblioteche del Sistema Nord est Milano.

  • Nessuna più: quaranta scrittori contro il femminicidio, Elliot 2013
  • Dandini Serena, Ferite a morte , Rizzoli 2013
  • Iacona Riccardo, Se questi sono gli uomini, Chiarelettere 2012
  • Galante Rose, Perché non lo lascio, Antigone 2012
  • Magaraggia Sveva, Uomini contro le donne, Utet 2013
  • Amorosi assassini: storie di violenze sulle donne, Laterza 2013
  • Ponzio Giuliana, Crimini segreti Baldini Castoldi Dalai 2004
  • Barsotti Alessandra, Stalking, Ponte alle Grazie 2011

 

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Il Comune di Cernusco contro il femminicidio

stop femminicio webDal 17 luglio uno striscione campeggia sulla facciata della Villa Greppi di Cernusco, la sede del Comune. La scritta, STOP AL FEMMINICIDIO, sintetizza l’impegno della giunta Comincini in contrasto alla violenza maschile sulle donne. Lo striscione è una dichiarazione d’intenti che si concretizzano in azioni mirate ad un cambiamento culturale.  Rita Zecchini, assessora con delega alle Pari Opportunità, spiega che
“Innanzi tutto ci deve essere il riconoscimento politico del femminicidio e delle violenze di genere come fenomeni con una propria specificità. Poi occorre lavorare per una legislatura specifica e promuovere delle azioni di contrasto alla violenza e promuovendo l’uguaglianza di genere, l’educazione al rispetto e alla reciprocità per le nuove generazioni. Le azioni si devono realizzare nei territori con il coinvolgimento di tutti i soggetti che possono svolgere un ruolo attivo nel promuovere quel cambiamento culturale che è necessario perché il fenomeno della violenza sia sconfitto: penso alle scuole, alle associazioni, alle forze dell’ordine e a chi opera nell’ambito socio-sanitario”.
In questa ottica l’assessorato tenuto da Zecchini sta elaborando un progetto in cui tutti questi soggetti lavorino in rete per fare un intervento mirato e coordinato e per far conoscere alle donne i servizi, presenti sul territorio, che le tutelano. Servizi esistenti, come ricorda Zecchini:
“Lo Sportello donna del Comune da anni lavora in questo campo e offre un servizio di primo livello che accoglie e supporta le donne oltre ad inviarle verso servizi più specifici”.
Oltre allo Sportello donna, l’amministrazione ha approntato un canale di comunicazione attraverso il sito cernuscodonna.it, che oltre al tema specifico del contrasto alla violenza di genere mette in evidenza la forza, il valore e il protagonismo delle donne nella comunità (di Cernusco e non solo). C’è poi il piano educativo. In questi anni è stato anche avviato un lavoro nelle scuole:
“Abbiamo già realizzato, in collaborazione con l’UDI, dei progetti che hanno coinvolto gli studenti in prima persona per costruire consapevolezza e sconfiggere la violenza sul nascere toccando le corde profonde della relazione uomo-donna e nutrendola di concetti come rispetto, uguaglianza e amore. Dobbiamo proseguire questo percorso ampliandolo verso le scuole superiori e gli altri contesti di aggregazione giovanile”.
Lo striscione, conclude l’assessora, è “il primo atto di  una campagna di sensibilizzazione sul fenomeno che dovrà coinvolgere la città e i Comuni limitrofi”.
Post del 20 luglio 2013

Lavoro sociale e comunita

Studio, studio e ancora studio… vedo passare sui libri una serie di concetti e grandi paroloni, certo interessanti e utili per prepararsi alla professione di operatore sociale ma che, lì su quelle pagine, rischiano di rimanere dannatamente astratti.

La realtà però offre continui spunti per mettere alla prova concetti e assunti teorici.

Mi è accaduto proprio in questi giorni. Mentre studiavo intorno al tema del “Fare lavoro di Comunità” ho intercettato un progetto che sarà realizzato a Cernusco. L’idea di “Accogli un cernuschese” offre lo spunto per un esempio di applicazione sul campo di argomenti teorici indagati da chi, come me, si occupa di lavoro sociale.

Fare Comunità

Il testo “Fare lavoro di Comunità” (Carocci, 2003) definisce

la Comunità come quell’insieme di soggetti che condividono significativi aspetti della propria esistenza e che sono in un rapporto di interdipendenza tra di loro; per questi motivi possono sviluppare un senso di appartenenza e intrattenere relazioni fiduciarie.

Verifichiamo intorno a noi, che la vita degli individui è sempre più influenzata da fattori macrosociali quali la globalizzazione e l’omologazione culturale e per questo la dimensione locale diviene fondamentale per ritrovarci.

A partire dalla nostra stessa Costituzione troviamo esplicitati questi concetti che a prima vista possono sembrarci ideali: l’art. 118 “riconosce ai cittadini il compito di contribuire alla costruzione della cosa pubblica attraverso l’utilizzo di poteri e responsabilità proprie e dirette”. Questo non significa liberare le istituzioni dalla responsabilità di adoperarsi per il bene della comunità ma costituire delle risorse per le stesse come opportunità di collaborazione.

PARTECIPARE perché?

E’ diffusa l’idea che partecipare rafforzi l’autostima e il senso di competenza personale; la maggiore consapevolezza dei problemi non è sinonimo di eliminazione del disagio ma ciò che fa la differenza è la capacità di governarlo e gestirlo. Attraverso la partecipazione si rafforza il senso di comunità, favorendo l’identificazione in un obiettivo comune al punto che si può sostenere che il livello di partecipazione rappresenta un indicatore dello stato di salute di una comunità.

La comunità può essere tuttavia intesa come problematica, infatti non tutte le relazioni che si instaurano con gli ambienti in cui si vive sono positive.

NON SOLO PROBLEMI MA RISORSE

Nonostante la presenza innegabile di problemi legati allo sviluppo della partecipazione da parte dei cittadini, cambiando l’ottica di osservazione gli stessi problemi possono diventare opportunità.

Non ci stiamo riferendo quindi a soggetti passivi, oggetto di cure da parte dei servizi, ma a cittadini attivi, attori sociali protagonisti della propria vita e costruttori della propria realtà.

E’ qui che si aggancia il progetto cernuschese…

Il PROGETTO ACCOGLI UN CERNUSCHESE.  OBIETTIVO COMUNITA’!

“Accogli un cernuschese”, è un progetto di accoglienza e tutoraggio dei nuovi residenti in città, realizzato dal Comune di Cernusco sul Naviglio in partnership con Talenti in Circolo ed Eccemamma che non avrà alcun costo per l’Amministrazione poiché si basa sul puro volontariato di chi vorrà aderire.

Come funziona?

Ogni tre mesi i nuovi cittadini (stimati intorno agli 800 all’anno) verranno invitati ad un happening, dove incontreranno associazioni e istituzioni del territorio e potranno essere affiancati da una serie di famiglie cernuschesi che, in qualità di tutor, li aiuteranno a inserirsi nella comunità, stimolandoli a diventarne parte attiva.

Il Progetto si pone gli obiettivi di:

  • Accogliere i nuovi arrivati permettendo loro di entrare rapidamente in contatto con persone, il ricco tessuto di associazioni della città, con le possibilità e i servizi che la città offre e stimolarli a contribuire da subito alla comunità accelerando il processo di inserimento, di creazione di legami comunitari, e consentendo di scoprire la città attraverso le relazioni personali e comunitarie più che attraverso la fornitura di semplici informazioni.
  • Coinvolgere le associazioni cittadine in una logica di rete sperimentando un metodo di lavoro sinergico tra le associazioni cittadine e l’ente pubblico, in un’ottica di collaborazione che ha come obiettivo il costante miglioramento della qualità della vita della città.

Con quali strumenti?

  • La lettera! Ogni tre mesi il Comune invia una lettera di invito alle famiglie appena arrivate in città per partecipare a un evento in loro onore.

Il primo evento sarà il 28 settembre 2013 e saranno invitate le famiglie arrivate nei precedenti 12 mesi. Dal secondo evento in poi (trimestrale) saranno invitate le famiglie arrivate a Cernusco nei tre mesi precedenti. L’evento trimestrale sarà un aperitivo che comincerà nel pomeriggio, dalle 16.30 in poi circa con animazioni ed eventuali momenti di intrattenimento per grandi e piccini. Saranno presenti rappresentanti delle associazioni e delle istituzioni.

  • Il libro dei “talenti”! Qui entra in gioco l’associazione Talenti in Circolo che chiederà ai nuovi arrivati di spiegare come e sulla base di che competenze/passioni/interessi vorranno contribuire concretamente alla vita della propria comunità.
  • Le famiglie accoglienti! La risorsa più importante saranno le famiglie che volontariamente si metteranno a disposizione per accogliere una famiglia appena arrivata. Le associazioni organizzeranno un incontro specifico nel quale si discuterà e presenterà alle famiglie accoglienti il loro ruolo. In breve le attività potrebbero andare da un semplice invito a cena, al mettere in contatto con persone e associazioni della città di interesse per i nuovi arrivati, ad aiutare a risolvere problemi concreti come l’iscrizione alle scuole per i bambini o come fare il riciclo dei rifiuti.

Sul sito di Talenti in Circolo si trova il Form per partecipare come Famiglia accogliente.

  • La guida di Cernusco! Una pubblicazione cartacea da distribuire ai nuovi arrivati con una sintesi dei principali servizi della città, ma anche con le 100 cose da fare/vedere/sperimentare/conoscere nella nostra città. Consultabile anche online.

L’idea mi piace ed è già stata sperimentata seppur con modalità diverse anche in altri Comuni, ora vedremo come risponderà Cernusco nell’essere Risorsa per la sua stessa Comunità.

STAY TUNED!

Silvia Di Pietro

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Rita Zecchini sul progetto Accogli un cernuschese

Silvia Di Pietro ha raccontato su questo blog del progetto “Accogli un cernuschese” in relazione al tema del “fare comunità”. Abbiamo chiesto a Rita Zecchini, assessora alle Politiche sociali con delega alle Pari Opportunità, qualche informazione per contestualizzare il progetto nell’ambito delle iniziative comunali.

Quanti nuovi residenti si contano a Cernusco ogni anno?

Mediamente c’è un flusso di 800-1000 nuovi residenti  con un’uscita di persone che escono da Cernusco leggermente inferiore.

Da chi è finanziato il progetto?

Il progetto si svolgerà  con le risorse interne del Comune e l’apporto di tutte le associazioni che vorranno collaborare.

Qual è il ruolo dell’amministrazione comunale? In particolare, quale assessorato?

L’Amministrazione sarà coinvolta in tutti i suoi settori e quindi è un progetto che riguarda tutti gli assessorati: l’idea che abbiamo condiviso è che vogliamo presentarci direttamente ai cittadini senza frapporre barriere comunicative o relazionale. Una modalità che rappresenti la politica e le istituzioni sullo stesso piano dei cittadini.

Qual è la durata prevista?

Per ora c’è un avvio che partirà a settembre e poi dipenderà dalla risposta: l’intenzione è di renderlo un appuntamento fisso.

Quali servizi offre il Comune per capire come orientarsi nella città?

Sul sito del Comune ci sono  i vari settori che possono interessare le diverse parti della popolazione (giovani, studenti, donne, ecc.). Il Comune mette a disposizione opuscoli (penso ad esempio alle varie guide ai servizi), ed inoltre c’è l’ Ufficio relazioni con il pubblico (INFOURP 02 9278 444)

L’incontro diretto coi nuovi residenti vuole anche essere un momento informativo e di presentazione dei vari servizi del Comune.

Nulla toglie che dovremmo migliorare il sito e attivare anche altre modalità informative e comunicative.

E.C.

Maternità e condizionamenti

Buongiorno, sono una donna di 41 anni, sposata con un uomo che amo, e stufa di sentirmi chiedere sempre cose tipo “e figli…?”, con facce compassionevoli (“non li avranno potuti avere…”) oppure a volte addirittura… di disapprovazione!! sembra che una donna sia nata soltanto per far figli e, se non li fa, vale meno delle altre!
Mi rendo conto che farmi toccare da certe parole e sguardi, arrivare a scrivere questa e-mail, significa che pure io un poco sarò condizionata da questa idea, nel fondo mi fa male… però ecco, sarei proprio curiosa di conoscere la vostra opinione al riguardo. Io nel non avere avuto figli, nell’aver scelto insieme al mio compagno di non averli, non mi sento per questo menomata e non vorrei che gli altri così mi pensassero e, soprattutto, giudicassero. Un saluto e grazie, Miriam

cara Miriam,
il tuo è un problema che tocca molte donne, soprattutto di questi tempi, quindi innanzitutto ti ringrazio di averci scritto e di aver sollevato apertamente la questione.
Quanto alla mia opinione, lasciando ora da parte il caso di chi nemmeno si trova a poter scegliere, da un lato credo che sia inevitabile, direi “fisiologico”, che di fronte a questa potenzialità che è il procreare, ciascuno e ciascuna di noi – specie a un dato momento della propria vita – s’interroghi. Voglio dire: non è magari necessario interrogarsi sul perché non si è scelto, per esempio, di diventare “insegnanti” o “ingegneri” o sul perché non si è fatto questo oppure quello, ma, sul desiderare avere o meno figli, una scelta, in un senso o nell’altro, generalmente si impone. Tu stessa infatti sottolinei: “…nell’aver scelto di non averli”.
L’identificazione della donna con il ruolo di madre ha, com’è ovvio, radici assai lontane, millenarie, e le ragioni di questa radicata identificazione hanno perlopiù avuto a che fare, nel corso della storia, con il potere che, nel confinare la donna in tale ruolo, automaticamente veniva conferito all’uomo – lui sì, abilitato a poter interpretare “tutti” gli altri ruoli sulla scena! E difatti notizie di donne dalla Storia, almeno fino al diciannovesimo secolo, se ne hanno ben poche… come se manco esistessero.
Avere coscienza di questo, e volersene a buon diritto affrancare, non deve tuttavia implicare il negare che l’identità di madre, la figura materna, sia qualcosa di fondamentale per il genere umano e specie per il genere femminile: una cosa che di certo ci accomuna tutti è l’esser venuti al mondo da ventre materno! Un minimo comun denominatore di enorme valore simbolico.
Per tornare alla tua domanda, credo quindi infine che il punto non stia tanto nel tuo doverti giustificare, come appunto fosse una colpa o una mancanza (una menomazione, scrivi acutamente tu) il non aver avuto figli, quanto piuttosto nel rivendicare o, meglio ancora, riconoscere il senso profondo che – nella tua personalissima storia – l’aver scelto di non avere figli ha avuto, ha, e anche domani avrà.
La stessa cosa dovrebbe fare chi opta per la scelta opposta, non dandola affatto per scontata: avere figli in carne e ossa non significa necessariamente esserne poi genitori in senso pieno – cioè saperli accogliere in quanto tali, prendersene la responsabilità –, così come non avere figli in carne e ossa non significa non averne o saperne avere di altro genere, “figli” in senso simbolico e non per questo meno importanti.

Susanna Fresko, analista filosofa, Sportello donna Cernusco s/N
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Blu

È un pomeriggio cupo, di fine inverno. Sfilacciato da un gelido vento marzolino, qualche viticcio di nebbia si allunga a screziare il cielo plumbeo rigandolo di striature lattescenti.

Sono accanto al finestrino, in posizione contraria al senso di marcia, col dorso appoggiato allo schienale e il capo un po’ reclinato a destra, posizione che mi permette di osservare meglio e per intero la linea di confine fino alla curva, dove scompare.

La vedo. È una sottile riga gialla continua, quasi fluorescente, prepotente e maestosa sul nero stanco dell’asfalto sbrecciato che disegna la banchina. Non amo guardarla in faccia, la riga gialla; non amo andare a sbatterle contro e lasciare poi che strisci veloce alle mie spalle; preferisco piuttosto che sia lei a sorprendermi, che faccia capolino sbucando dal niente e poi si faccia risucchiare dai binari trascinata all’indietro. Mi piace guardarla che si dipana mentre il treno avanza, per poi annullarsi e sparire sotto i miei stessi occhi; osservarla nel suo progressivo allungarsi e vederla cambiare, nascere e morire. La riga gialla. Quella linea retta netta, inesorabile, che segna il limite di demarcazione tra chi arriva e chi parte, tra lacrime e sorrisi, tra chi ripiega nella fuga e chi ha il coraggio di restare, tra chi sa attendere paziente e chi non trova mai nessuno ad aspettarlo.

Io sono al di qua, di quella riga: amo guardarla correre, nascere e morire.

Non so bene perché mi piaccia, né so da dove vengo o dove vado. Non so nemmeno se sto arrivando o invece fuggo.

Ecco il fischio del capotreno, e sul suo fischio la rincorsa affannosa dei consueti ritardatari, gli ultimi abbracci frettolosi, lo sbatacchiare scoordinato di chiavi valigie e tacchi, lo scatto metallico dei meccanismi di chiusura delle carrozze, la coda lunga dei baci degli amanti freschi e il via-vai finale dei nuovi avventori, quelli che hanno appena varcato la linea gialla tra mani tese abbracci e sospiri di chi invece è rimasto, immobile, al di là del muro invisibile.

Mi piace osservare da qui la vita degli altri: è come il soffio di un vento mite, che mi accarezzi piano la fronte e smuova i miei ricordi. In questa brezza, rammento di aver avuto anch’io i miei baci in banchina, quei baci dell’ultimo minuto quando con un piede sei già sul predellino del treno mentre con l’altro sfiori appena la riga gialla, quel mix perfetto di passione e malinconia che fotografa sempre le partenze.

Quei baci li ho avuti anch’io, una volta, e mi hanno fatta sentire grande, bella, importante. Per un attimo.

Lui mi giurava ch’ero il suo cielo, e io ne ero convinta davvero, quel cielo mi sembrava di toccarlo con un dito ed era un cielo tutto mio e nostro, a portata di mano, le nuvole erano in alto in alto, lassù dove in nessun modo avrebbero potuto offuscare il blu limpido delle nostre vite leggere.

Io ero il suo cielo. E perciò, già a quel tempo, qualcosa di etereo e impalpabile, che non si può contenere o trattenere. Forse per questo, allora, non fui capace di evitare di andarmene. E un giorno, non so come, decisi di partire. Lo feci d’impulso, senza pensarci troppo, senza dare la giusta importanza a quell’ultimo bacio zoppo preso in banchina, un bacio sfortunato che finsi di cogliere al volo con un piede sul predellino e l’altro sospeso a mezz’aria, e che invece lasciai cadere a terra sulla riga gialla, distratta com’ero dall’infantile entusiasmo della partenza.

Alzo gli occhi, cerco il cielo. Ma oggi il cielo è salito troppo in alto, e i miei occhi non riescono a raggiungerlo: trovo solo una folla di nuvole basse e smagliate, che si spargono nell’aria sfiorando i tetti sbiaditi di un gruzzolo di vecchi edifici dalle imposte sgangherate. Nuvole grigie che si corrono accanto, ognuna incurante dell’altra e tutte assorte in un viaggio lento, composto, verso chissà quale meta, e in quella marcia avvolte in un saio di quiete triste; una pace quasi irreale, che il sottofondo costante del traffico cittadino non riesce a spezzare e anzi amplifica, quasi cullando quella corsa pacata, ordinata e silenziosa.

Il viaggio sta per iniziare, siamo pronti, ed ecco si affianca un altro convoglio, un serpentone grigio e blu dagli occhi opachi assonnati coi freni stridono in modo assordante, e in quello stridio insopportabile il rettile rallenta, rallenta sempre più fino a fermarsi, e intanto ci scorre accanto inghiottendo la banchina, le mani gli abbracci i baci e la riga gialla, pochi secondi e ha ingoiato tutto. Eppure posso ancora intravedere, attraverso i finestrini rigati di sporco, due lettere cubitali bianche su sfondo cobalto: l’estremità di una scritta breve, incorniciata in un rettangolo allungato di un bel blu brillante bordato di bianco. È il contrassegno della stazione, e io lo inseguo con lo sguardo; non so perché, ma il blu mi rasserena.

Intuisco il treno che avanza adagio, ma all’inizio è solo un sospiro, un movimento muto che forse inganna, guardo fuori e non son certa se ad andare siamo noi o i vagoni al nostro fianco; allora sto ferma, trattengo il respiro e anche il cuore, per un istante… ecco sì, siamo partiti, alla fine.

Chiudo gli occhi e tento di eclissarmi, non amo questa parte del viaggio.

La marcia è troppo tranquilla, gli occhi spenti dei palazzi troppo vicini, lo sferragliare dei binari troppo forte… C’è sempre qualcuno che insiste nello sporgersi fuori dal finestrino; potrebbe anche piovere, infuriare una tempesta di vento neve o grandine, non importa, per qualche chilometro dopo la stazione, i finestrini non vogliono proprio saperne di risalire. Poi la galleria. Mi accorgo che il treno è entrato nel tunnel quando le correnti d’aria si fermano, il rumore di ferro si attutisce con una serie di SSSTAAC secchi che si susseguono a ripetizione, e a poco a poco nel buio prende forma un ronzio intermittente di luci traballanti, un lungo fremito seguito da un CLICK improvviso di luce ferma e da un’immancabile cascata di sguardi invadenti. Me li sento addosso, sento quanto pesano e che potrebbero schiacciarmi, allora resto immobile, mi rendo invisibile. Finché il paesaggio si apre, arriva la campagna e il treno corre, avanza più agile e sicuro, questa volta a velocità davvero sostenuta.

A questo punto c’è chi dorme, chi legge un libro e chi scrive al portatile, chi ad occhi chiusi tamburella un ginocchio e intanto fa oscillare il mento in mezzo ai fili dell’auricolare, chi conversa amabilmente col vicino di poltrona e chi invece, come me, si sente finalmente libero di piangere in silenzio, non visto, la sua irrimediabile metamorfosi.

Avverto alberi campi e cascine, alla mia destra; tutti che sfilano all’indietro veloci, ché il treno passa e li risucchia, corre e mi porta avanti e mi imprigiona nel nulla, e io penso che sono invisibile e forse non esisto, e all’improvviso mi accorgo che non riesco più a vedere, non vedo altro che una traccia confusa, colori sbiaditi alberi campi e cascine che scappano mentre io cerco disperatamente di afferrare una forma, un colore deciso e brillante, magari il blu di un cartello che mi dica qualcosa, dove vado o dove sono… ma no, non lo trovo, e non sento più i miei occhi ma lo so, capisco che stanno tentando invano di piangere, perché non ho più lacrime ma un fluido denso, viscido e viscoso, un filo sottile che si allunga imperturbabile, che forse mi esce proprio dagli occhi e mi si attorciglia addosso, un giro e un altro e un altro e a poco a poco mi ritrovo tutta avvolta, fasciata come una mummia, e mentre il filo continua ad avvolgermi tento invano di piangere, vedere, capire.

Ma non vedo e non sento nulla. Non capisco. E nessuno mi vede sente o capisce, di questo sono certa.

Poi un sussulto improvviso e un tonfo, un fischio lungo, uno sbuffo. Ricordo.

Ricordo il giorno che partii, e mi sovviene un cielo immenso di un bell’azzurro limpido, la valigia pesante e il cuore leggero. Rammento l’istante preciso in cui, sulla banchina, varcai il confine segnato dalla riga gialla come in un balzo, senza esitazioni, senza dare alcun peso a quell’ultimo bacio sfortunato, ché certo non lo sapevo destinato a restare per sempre zoppo.

Ero sicura che avessimo tempo, credevo che a breve sarei ritornata e il mio amore sarebbe stato in stazione ad attendermi, così alla fine mi sarei ripresa lui, le mie vecchie abitudini e il mio bacio caduto accanto ai binari. Ma ho dovuto imparare a mie spese che no, il tempo non è mai abbastanza, che la vita non ammette repliche e non puoi pensare che il cielo sia alla tua portata: se lo fai sarai costretto a ricrederti, io lo sto facendo.

Perché all’improvviso, quando meno te lo aspetti, nel tempo invisibile che scorre tra un lampo e il tuono di rimando, il cielo può sfuggirti dalle dita e correre a oscurarsi; con me l’ha fatto. Si è vestito di nero e si preso la mia esistenza semplice, rubandomi per sempre tutti i miei affetti e restituendomi in cambio, forse a titolo di indennizzo o forse in segno di scherno, queste mie nuove, misere spoglie: tutto quello che sono adesso, come mi sento…

Un minuscolo e inutile esserino bislungo e molle, abbarbicato su un sedile di seconda classe di un vecchio treno malandato che corre, rallenta si ferma e corre.

Ecco, quello che sono. Un piccolo bruco ripugnante, peloso e senza voce, che non sa far altro che starsene in disparte a osservare vorace le vite degli altri, e nel suo stesso silenzio si irrigidisce, si fa sempre più insignificante e minuto e scompare, a poco a poco, imprigionandosi esso stesso nel deserto di un involucro troppo stretto, buio, appiccicoso. Un deserto senza l’ombra di un’oasi, dove lui può solo giacere immobile e muto mentre spera, paziente, l’occasione di una nuova vita. La libertà di un giorno.

Un solo giorno in cui, volendo il cielo, alla crisalide sarà concesso di aprirsi.

Quando il baco si sarà fatto farfalla, e la farfalla sarà abbastanza forte da lottare, e con le sue sole forze riuscirà ad aprire nel bozzolo un piccolo varco e ad uscirne.

Quando finalmente, nell’incredibile sforzo compiuto per attraversare quel foro angusto, il baco ormai farfalla sentirà il suo corpo impregnarsi di una linfa vitale, una linfa che, fuori da lì, le darà l’energia per sfregare le ali, farle asciugare al sole e poi finalmente spiegarle al vento e volare, volare in alto in alto, in tutto il suo nuovo splendore.

Adesso il treno corre, alberi campi e cascine mi sfilano accanto veloci e io non vedo, non sento, non esisto. Non ancora. Ma aspetto il mio momento.

So che potrò volare ancora, un giorno. So che avrò ali leggere ma forti, impalpabili come l’aria, incredibilmente grandi. Saranno blu, lo sento. Il blu mi rasserena.

Quel giorno l’aria sarà chiara, un’aria calma e azzurra d’inizio primavera, e fiocchi lievi di panna si alzeranno a rincorrersi, vivaci, sul ritmo spensierato del chiacchiericcio delle cinciallegre.

Il cielo tornerà ad abbracciarmi benevolo, e il suo sorriso sarà dappertutto, ovunque intorno a me, farfalla.

Avrò davvero il cielo a portata di mano, allora; e mi sentirò ancora, almeno per quel giorno, grande bella e importante come un tempo.

Libera e incontenibile, come il cielo. Il mio cielo sereno, finalmente.

Un cielo blu, come me.

Tutto al di sotto delle nuvole.

Sabrina Calzia

Immagine: seiyastock_100_3193.JPG
Da Morguefile mrg.bz/dgH5Fh