Archivia 18/12/2013

Premio giornalistico Miriam Mafai

Il premio giornalistico “Miriam Mafai” nasce per valorizzare giovani giornaliste professioniste, pubbliciste, praticanti ed emergenti. Il concorso vuole premiare gli articoli giornalistici che abbiano raccontato la cronaca, la politica, l’attualità, la cultura del nostro Paese, e che siano stati pubblicati su quotidiani, periodici, testate giornalistiche on-line.
Il premio, alla sua prima edizione, è promosso dall’Associazione Stampa Romana, in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti del Lazio, la Federazione Nazionale della Stampa, l’Associazione Miriam Mafai, il Gruppo Editoriale L’Espresso, in memoria della giornalista e scrittrice Miriam Mafai scomparsa il 9 aprile 2012.
Miriam Mafai del lavoro del giornalista soleva dire:

“Il bello del nostro mestiere è nello stare giorno per giorno dentro le cose, di capire o di cercare di capire tutto ciò che di nuovo si manifesta in tutte le pieghe della società: essere i testimoni e i garanti del possibile che emerge. Ma per cercare di capire bisogna avere occhi sgombri da prevenzioni e ideologie. Si può essere curiosi soltanto se si è liberi”.

Queste parole racchiudono il senso del premio giornalistico a lei dedicato.
Il premio è rivolto alle giornaliste professioniste, pubbliciste, freelance, praticanti e allieve delle scuole di giornalismo riconosciute dall’Ordine, che non abbiano ancora compiuto 35 anni alla data di pubblicazione del bando.
Possono essere presentati articoli pubblicati dal 9 aprile 2013 al 15 febbraio 2014.
Per maggiori informazioni scarica il bando
 
 

Immagine: cronaca.nanopress.it

Sono colta, preparata e arrabbiata

Buongiorno, qualcuna di voi mi saprebbe spiegare perché mai le “femmine” mediamente eccellono rispetto ai colleghi maschi in tutti, o quasi, i percorsi scolastici, dalle elementari ai licei o istituti tecnici che siano, fino alle università, eccetera eccetera, e poi, …magicamente!, quando si tratta di passare al mondo del lavoro questa eccellenza, chissà come mai mi domando…, cessa di esistere?!?
Domanda retorica, si risponderà! Infatti, la vera domanda non è “perché mai” ma piuttosto: perché deve essere ancora e sempre così? Che cosa manca a noi donne per ottenere questo legittimissimo riconoscimento?
Sono arrabbiata, e molto, nella vita ho studiato e faticato tanto, tantissimo per ottenere sempre ottime prestazioni e grandi riconoscimenti, e tutto questo… per che cosa?
Per ritrovarmi oggi, a 29 anni, laureata ormai da più di cinque anni, senza un lavoro fisso e con accanto un compagno che, chissà come mai (stessa formazione, stesso iter lavorativo…), si ritrova con un contratto a tempo indeterminato e un compenso magari non elevatissimo ma che di questi tempi è una specie di lusso. Mi si dirà che saranno altri i fattori, caratteriali o contingenti, chissà, io invece mi faccio sempre più convinta che il fattore “genere” sia nel fondo quello determinante.
Sono curiosa di conoscere la vostra opinione.
Ringraziandovi sin da ora per un riscontro, cordiali saluti
Bianca

Cara Bianca, ti risponderò facendo innanzitutto riferimento a uno stralcio tratto dalla sintesi del Rapporto annuale Istat 2011, con alcuni dati particolarmente significativi in merito a ciò che ci scrivi:

“La crisi ha ampliato i divari tra l’Italia e l’Unione europea nella partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Il tasso di occupazione delle donne italiane, già inferiore alla media europea tra quelle senza figli, è ancora più contenuto per le madri, segno che i percorsi lavorativi delle donne, soprattutto quelli delle giovani generazioni, sono segnati dalla difficoltà di conciliare l’attività lavorativa con l’impegno familiare. Non a caso più di un quinto delle donne con meno di 65 anni occupate, o che sono state tali in passato, dichiara di aver interrotto l’attività lavorativa nel corso della vita a seguito del matrimonio, di una gravidanza o per altri motivi familiari, contro appena il 2,9 per cento degli uomini. Per le donne che hanno avuto figli la quota sale al 30 per cento; nella metà dei casi la causa dell’interruzione è proprio la nascita di un figlio.”

Mi dirai: “io non parlo di figli e di maternità”, e può benissimo essere che né tu né il tuo compagno abbiate intenzione di avere figli, nulla di anomalo, ma devi sapere – e qui sta il punto di contatto tra questo stralcio e la tua mail – che una donna è, volente o nolente, una “madre potenziale”, e questo già di per sé costituisce un fattore discriminatorio. Nei colloqui, di questo, si tiene conto eccome!
Cioè a dire: la tua convinzione relativamente al fattore “genere” è tutt’altro che infondata, anzi, a guardare le statistiche – anche con sguardo rapido e superficiale – non vi è alcuna ombra di dubbio quanto a questo.
Figurati che a tutt’oggi esiste una legge che tutela la donna a partire dalla data di matrimonio, impedendo al datore di lavoro di licenziare la dipendente per tutto l’arco dell’anno a seguire tale data. Ma questo, lungi dall’essere un privilegio, è un chiaro sintomo di come ancora oggi si ragioni: un matrimonio può voler dire figli/e imminenti, e, se non ci fosse questa legge, anche solo questa remota “possibilità” indurrebbe tanti datori di lavoro a procedere con licenziamenti (così di fatto avveniva in passato, altrimenti la legge non avrebbe visto luce).
Lo scenario dunque è fosco, anche se tante lotte sono state fatte e si fanno ancora oggi, così come tanti risultati – almeno sulla carta – sono stati ottenuti: non bisogna demordere.
Avere già questa consapevolezza, di far parte di una ampia e millenaria “problematica” di tipo sociale e culturale, dovrebbe aiutarci a proporci con maggiore convinzione sapendo che il disvalore che eventualmente ci viene “proiettato addosso” (con il mancato riconoscimento professionale, e altro) fa parte di un preciso terreno socioculturale, che ci riguarda tutte e tutti, uomini e donne.
Sperando di averti offerto spunti utili, ti auguro di ottenere presto tutto ciò che di certo ti meriti di raggiungere!
Un caro saluto,
Susanna Fresko
 

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Intestare una casa a una persona minorenne

Gentile Avvocatessa,
scrivo per avere un parere in merito ad una questione che si pone alla mia famiglia. Sono madre di due ragazzi uno maggiorenne che frequenta l’università e l’altro minorenne di anni 14 e in conseguenza del decesso di un parente ho ereditato una discreta somma di denaro che vorrei investire per il futuro dei miei figli. Ho pensato, dunque, di acquistare una casa ed intestare la stessa ai ragazzi che ne potranno usufruire per loro o eventualmente metterla a reddito, tuttavia, ho sentito dire che non posso intestare la casa al minore, è vero?

Gentilissima Signora,
innanzitutto, premetto che è possibile intestare un immobile ad un minore previa necessaria autorizzazione del Giudice Tutelare competente per territorio, motivando la richiesta e precisando che il minore non dovrà sopportare alcun onere e/o spesa; immagino, invero, che ogni costo connesso e conseguente verrà sopportato da Lei quale genitore esercente la potestà sul figlio minore. In questo modo, Lei potrà essere autorizzata a sottoscrivere il rogito notarile in nome e per conto di suo figlio.
Preciso, tuttavia, che tale immobile, almeno sino al raggiungimento della maggiore età del ragazzo, resterà vincolato all’esclusivo interesse del figlio minore, pertanto, ogni ulteriore disposizione del bene richiederà un’ulteriore autorizzazione ad hoc del Giudice Tutelare.
Cordiali saluti
Avv. D.M. Sportello Donna Cernusco s.N.
 

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