Archivia 27/10/2017

Sulle pari opportunità continuiamo ad arrancare: Italia al 14° in Europa. Ma è in tutto il vecchio continente che qualcosa non funziona

L’Italia sulle pari opportunità arranca. A sostenerlo è uno studio compiuto dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (Eige). Al primo posto in Europa c’è un paese scandinavo, la Svezia, all’ultimo la Grecia.
Per stabilire la classifica l’Eige ha creato uno speciale indice articolato in sei domini principali: lavoro, denaro, conoscenza, tempo, potere e salute. Oltre a questi ci sono due domini satelliti: violenza contro le donne e diseguaglianze intersezionali. La situazione dell’Italia rimane ancora critica ma qualche progresso c’è stato: tra i domini principali dell’indice di Eige il nostro paese ha registrato un lieve miglioramento per quanto riguarda il potere e la conoscenza.
Ma a preoccupare è il livello troppo basso di pari opportunità in tutta l’Europa. “Stiamo avanzando a passo di lumaca – ha affermato Věra Jourová, commissaria per la giustizia, i consumatori e la parità di genere. – I nuovi risultati dell’indice sull’uguaglianza di genere ci dicono che la disuguaglianza è presente in tutti gli ambiti di vita; ciò significa che l’Europa ha il dovere di agire. Quest’anno proporrò ulteriori misure per promuovere il ruolo delle donne e assicurare pari retribuzione a parità di mansione. Puntare all’uguaglianza non vuol dire cercare di rendere le donne più simili agli uomini, ma creare un ambiente in cui entrambi i sessi abbiano pari opportunità di scelta e piena partecipazione alla vita sociale, lavorativa e familiare”.
 

Donne in politica? La parità di genere è un miraggio. In Italia siamo indietro di un secolo

Donne in politica? La strada da fare ancora lunga. Questa, in sintesi estrema, l’analisi della componente femminile nelle istituzioni del nostro paese. Nella seconda puntata dell’inchiesta di Cernuscodonna.it sul mondo del lavoro abbiamo scelto come focus la politica, la stanza dei bottoni dove vengono prese le decisioni fanno andare in un verso o in un altro la nostra società.
Il dato più evidente è che mai nella storia repubblicana del nostro paese una donna è stata presidente del consiglio, a differenza di quanto è succede nei paesi del nord Europa o della stessa Germania dove la leader della politica tedesca è da ormai 12 anni Angela Merkel.
Nell’attuale governo Gentiloni le ministre sono 5 su 18 (27,78%) di cui 2 senza portafogli. D’altronde basta guardare al passato per capire come le donne in politica non abbiano mai avuto vita facile. Dei 60 governi della storia repubblicana, infatti, i primi 29 non comprendevano neanche una donna. La prima a ricoprire questo ruolo fu Tina Anselmi, nominata ministro del Lavoro nel 1976 da Giulio Andreotti.
Le cose vanno di poco meglio a livello parlamentare. La XXVII legislatura (che ormai è nella sua fase conclusiva), era stata presentata come quella con la maggior presenza femminile. Tuttavia la parità di genere è ancora lontana: alla Camera le deputate sono il 31,30 del totale mentre nell’altro ramo del parlamento le senatrici sono il 29,60% (Dati Openpolis).
Ma anche nelle istituzioni locali le donne fanno fatica a ritagliarsi un ruolo di rilievo. Le Regioni governate da una donna sono soltanto due: il Friuli-Venezia Giulia di Deborah Serracchiani e l’Umbria di Catiuscia Marini. E delle 21 regioni italiane sono solo 8 quelle con almeno il 40% di donne all’interno delle giunte. Ancora peggiore la situazione nei consigli regionali dove al massimo si raggiunge il 32% di consigliere in Emilia Romagna. Infine impossibile non citare due casi eclatanti: da una parte il Molise dove non c’è neanche una donna in giunta e dall’altra la Basilicata dove non c’è neanche una donna nel consiglio regionale.
Il trend viene confermato, infine, anche a livello comunale. Su 106 comuni capoluoghi di provincia le sindache sono solo 9, tra le quali Chiara Appendino e Virginia Raggi, elette nell’ultime amministrative. Tanti numeri che confermano un problema strutturale nella nostra società. Anche perché se sono poche le donne in politica più difficilmente verranno approvate delle norme che aiutino a raggiungere la parità di genere e a contrastare la violenza di genere.

Donne ai vertici nel mondo del lavoro? In Italia qualcosa si muove ma la parità di genere è ancora un miraggio

Forse non in tanti si ricordano che nel 2011, quando ancora al governo c’era Silvio Berlusconi, fu approvata una legge (120/2011, cosiddetta Golfo-Mosca) che introduceva le quote di genere nei consigli di amministrazione. Appena entrata in vigore si accese una discussione su i favorevoli e i contrari. Ma a distanza di sette anni si può fare un bilancio sugli effetti per la carriera delle donne?
Un primo dato può spiegare bene quanto ha inciso la Golfo-Mosca: nel 2008 le donne che sedevano nei consigli di amministrazione erano 170, il 5,9% del totale delle poltrone. Otto anni dopo, nel 2016, il numero è salito a 687, il 30,3% del totale (dati Openpolis).
Tuttavia è importante non fermarsi al freddo numero ma analizzare cosa c’è dietro. In primo luogo è necessario sottolineare che la legge prevede un obbligo di quote di genere dal primo rinnovo del cda e per tre mandati consecutivi; dal quarto decade l’obbligo. Un punto voluto da chi ha scritto la legge con un obiettivo preciso: generare un cambiamento di mentalità nel mondo del lavoro italiano tale da, in un futuro non troppo lontano, non dover più obbligare per legge delle quote di genere. Solo tra qualche anno, quando le società entreranno nella fase del quarto rinnovo, si potrà scoprire i reali effetti di questa legge.
Ma c’è un altro dato da analizzare: Se è vero che sono aumentate le donne nei consigli di amministrazione è altrettanto vero che solo pochissime di queste hanno dei ruoli rilevanti. Sono solo 17, infatti, le donne le amministratrice delegate; il 2,5% degli incarichi femminili. In conclusione si può quindi affermare che la 120/2011 è stata una legge necessaria per smuovere l’immobilismo del mondo del lavoro italiano ma che è solo il primo passo per arrivare alla parità di genere.

Le donne nel mondo del lavoro: fare carriera è ancora una lotta impari con i colleghi maschi?

In Italia quando la questione femminile è associata alla soprattutto al dibattito sulla violenza di genere. Un dibattito necessario dato la grande diffusione dei femminicidi, dello stalking e della violenza domestica. Ma un altro tema che merita di essere approfondito è la condizione delle donne nel mondo del lavoro.
Nel 2017 donne e uomini giocano ad armi pari nella possibilità di far carriera? Quanto è difficile per una donna arrivare ai vertici del proprio settore?  Per rispondere a queste domande Cernuscodonna.it pubblicherà un approfondimento a più puntate dedicato a due mondi completamente diversi ma ugualmente fondamentali nella nostra società: le aziende quotate in borsa e la politica.
Si parte con il primo tema. In particolare abbiamo cercato di analizzare come è cambiato il ruolo delle donne nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa negli ultimi 10 anni. Abbiamo cercato di capire quanto e come hanno influito le nuove leggi e quali possono essere le proiezioni per il futuro delle donne. Buona lettura.