Categoria Notizie dallo Sportello donna

Assegno scoperto cosa fare

Vorrei avere un consiglio circa una problematica economica. Lavoro come sarta e mi hanno pagato con un assegno ma quando l’ho versato in banca è risultato scoperto. Cosa posso fare?

Gentilissima Signora,
dovrà recarsi presso un legale di fiducia, il quale, entro i sei mesi dall’emissione dell’assegno bancario, provvederà a predisporre e notificare al debitore il c.d. atto di precetto, intimando a quest’ultimo di pagare il dovuto (capitale, interessi e spese) entro dieci giorni. Decorso tale termine si potrà procedere con l’azione esecutiva ritenuta più efficace ovvero pignoramento presso terzi, immobiliare o mobiliare.
Cordiali saluti
Avv. D.M. Sportello Donna Cernusco s.N.
 
 

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Sono colta, preparata e arrabbiata

Buongiorno, qualcuna di voi mi saprebbe spiegare perché mai le “femmine” mediamente eccellono rispetto ai colleghi maschi in tutti, o quasi, i percorsi scolastici, dalle elementari ai licei o istituti tecnici che siano, fino alle università, eccetera eccetera, e poi, …magicamente!, quando si tratta di passare al mondo del lavoro questa eccellenza, chissà come mai mi domando…, cessa di esistere?!?
Domanda retorica, si risponderà! Infatti, la vera domanda non è “perché mai” ma piuttosto: perché deve essere ancora e sempre così? Che cosa manca a noi donne per ottenere questo legittimissimo riconoscimento?
Sono arrabbiata, e molto, nella vita ho studiato e faticato tanto, tantissimo per ottenere sempre ottime prestazioni e grandi riconoscimenti, e tutto questo… per che cosa?
Per ritrovarmi oggi, a 29 anni, laureata ormai da più di cinque anni, senza un lavoro fisso e con accanto un compagno che, chissà come mai (stessa formazione, stesso iter lavorativo…), si ritrova con un contratto a tempo indeterminato e un compenso magari non elevatissimo ma che di questi tempi è una specie di lusso. Mi si dirà che saranno altri i fattori, caratteriali o contingenti, chissà, io invece mi faccio sempre più convinta che il fattore “genere” sia nel fondo quello determinante.
Sono curiosa di conoscere la vostra opinione.
Ringraziandovi sin da ora per un riscontro, cordiali saluti
Bianca

Cara Bianca, ti risponderò facendo innanzitutto riferimento a uno stralcio tratto dalla sintesi del Rapporto annuale Istat 2011, con alcuni dati particolarmente significativi in merito a ciò che ci scrivi:

“La crisi ha ampliato i divari tra l’Italia e l’Unione europea nella partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Il tasso di occupazione delle donne italiane, già inferiore alla media europea tra quelle senza figli, è ancora più contenuto per le madri, segno che i percorsi lavorativi delle donne, soprattutto quelli delle giovani generazioni, sono segnati dalla difficoltà di conciliare l’attività lavorativa con l’impegno familiare. Non a caso più di un quinto delle donne con meno di 65 anni occupate, o che sono state tali in passato, dichiara di aver interrotto l’attività lavorativa nel corso della vita a seguito del matrimonio, di una gravidanza o per altri motivi familiari, contro appena il 2,9 per cento degli uomini. Per le donne che hanno avuto figli la quota sale al 30 per cento; nella metà dei casi la causa dell’interruzione è proprio la nascita di un figlio.”

Mi dirai: “io non parlo di figli e di maternità”, e può benissimo essere che né tu né il tuo compagno abbiate intenzione di avere figli, nulla di anomalo, ma devi sapere – e qui sta il punto di contatto tra questo stralcio e la tua mail – che una donna è, volente o nolente, una “madre potenziale”, e questo già di per sé costituisce un fattore discriminatorio. Nei colloqui, di questo, si tiene conto eccome!
Cioè a dire: la tua convinzione relativamente al fattore “genere” è tutt’altro che infondata, anzi, a guardare le statistiche – anche con sguardo rapido e superficiale – non vi è alcuna ombra di dubbio quanto a questo.
Figurati che a tutt’oggi esiste una legge che tutela la donna a partire dalla data di matrimonio, impedendo al datore di lavoro di licenziare la dipendente per tutto l’arco dell’anno a seguire tale data. Ma questo, lungi dall’essere un privilegio, è un chiaro sintomo di come ancora oggi si ragioni: un matrimonio può voler dire figli/e imminenti, e, se non ci fosse questa legge, anche solo questa remota “possibilità” indurrebbe tanti datori di lavoro a procedere con licenziamenti (così di fatto avveniva in passato, altrimenti la legge non avrebbe visto luce).
Lo scenario dunque è fosco, anche se tante lotte sono state fatte e si fanno ancora oggi, così come tanti risultati – almeno sulla carta – sono stati ottenuti: non bisogna demordere.
Avere già questa consapevolezza, di far parte di una ampia e millenaria “problematica” di tipo sociale e culturale, dovrebbe aiutarci a proporci con maggiore convinzione sapendo che il disvalore che eventualmente ci viene “proiettato addosso” (con il mancato riconoscimento professionale, e altro) fa parte di un preciso terreno socioculturale, che ci riguarda tutte e tutti, uomini e donne.
Sperando di averti offerto spunti utili, ti auguro di ottenere presto tutto ciò che di certo ti meriti di raggiungere!
Un caro saluto,
Susanna Fresko
 

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Non sono come lei

Manuela ha 43 anni, giunge allo Sportello Donna definendosi depressa. Lei si presenta così:

“Provo tristezza, vuoto, non ho progetti, mi manca l’iniziativa, continuo a piangere, mi sento sola”.

Questo stato dura da circa un anno. Racconta di un cambio netto, di una ‘rivoluzione copernicana’ che la trasforma da una donna trucco e tacchi a spillo, attenta alle apparenze, all’immagine estetica, in una donna acqua e sapone e scarpe basse, che vorrebbe fare del volontariato.
Nel primo incontro riferisce sofferenza e rabbia per la fine della relazione con Federico, il suo ex compagno che da pochi mesi si è ricostruito una vita senza di lei, ma immediatamente ridimensiona il suo problema: “Federico non è una ferita aperta, è solo una cicatrice che prude”.

Alla domanda di quale sia allora la ferita aperta, Manuela risponde: “il rapporto con mia madre, sono arrabbiata con lei e le ho detto che sono stanca di prendermi cura di lei, le ho detto di arrangiarsi e  che non la voglio vedere, se no la massacro.”

Manuela descrive la madre come una donna che non teneva alle apparenze “diceva sempre quando sei pulita stai sempre bene”, una mamma sempre nervosa, poco presente per i figli e che litigava sempre con il marito.
Nel corso degli incontri si ipotizza insieme a lei, come Manuela abbia perseguito per tempo l’ideale di avere una vita migliore di sua madre, ecco che allora si concentra per molto tempo sulle apparenze e sull’assunzione di posizioni di prestigio nelle relazioni sociali e nell’ambito lavorativo sia per colmare il vuoto affettivo, sia impegnandosi per diventare una donna diversa da sua madre.
A lungo andare però il “trucco non tiene”. Compare l’insoddisfazione nei rapporti umani, il senso di  solitudine, … È come se la sua idea di essere meglio di sua madre a poco a poco crolli e adesso si trovi ad essere quasi peggio di sua madre, senza una famiglia, sola, ormai il suo ideale è logoro.

Talvolta il timore di riprodurre una vita simile a quella dei proprio genitori e per le donne nello specifico delle proprie madri, incastra, impedisce di vivere realmente come si vorrebbe.

Si agisce solo per differenziarsi dall’altro (in questo caso dalla madre) con il pericolo di non entrare mai in contatto con se stessi, con i propri bisogni, con i propri desideri, non si sceglie perché si vuole quella cosa, ma perché si è certi non volerne un’altra. Si rischia così di condurre una vita, vissuta da ‘un estraneo’ rispetto a se stessi.
La crisi di Manuela è stata salvifica, una volta esplicitato l’ideale che perseguiva, ha potuto liberarsene e scoprire finalmente chi fosse Manuela!
Dr.ssa Chiara Bertonati, psicologa Sportello donna Cernusco s/N.
 

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Donazioni e obbligo di assistenza

Descrivo la mia situazione. Nel lontano 1980 ero una bambina e sono rimasta orfana di madre. I genitori di mia madre (miei nonni), e mio zio (il fratello) hanno fatto delle finte compravendite per escluderci dalla maggior parte dell’eredità. Io l’ho scoperto di recente che sono finte, trovando una carta semplice firmata da mio zio dove diceva che non aveva versato soldi ma avrebbe provveduto ai genitori nel futuro. Lo zio è morto e i beni sono stati ereditati da sua moglie e dai miei cugini. La nonna è ancora viva e nullatenente perchè ha dato tutto a loro. 
E’ possibile che io, dopo quello che ho subito, abbia gli stessi obblighi dei miei cugini in termini di assistenza? Grazie mille per l’aiuto che potrà darmi.

Gentile Signora,
innanzitutto, premetto che al fine di poterLe fornire un parere il più esauriente e completo possibile, il quesito sottoposto meriterebbe maggiore approfondimento sia in termini di fatti accaduti e di tempistiche dei decessi sia in relazione all’esistenza o meno di testamenti oltre che di tutti i documenti a sue mani.
Di primo acchito sembrerebbe evidente una lesione di legittima in relazione alla successione del nonno, dunque, Le consiglierei di rivolgersi ad un legale in modo tale da poter valutare la proposizione di un’azione giudiziale volta a veder riconosciuti i suoi diritti, ove non ancora decorsi i termini prescrizionali.
Ciò posto, considerando che le “finte compravendite” simulano una donazione appare evidente l’applicabilità dell’art. 437 c.c. secondo cui chi ha ricevuto donazioni è tenuto “con precedenza su ogni altro coobbligato” a prestare gli alimenti. Ne discende, dunque, che nel caso in cui i Suoi cugini dovessero avanzare qualsivoglia pretesa nei suoi confronti, Lei potrà legittimamente opporre loro, provando l’intervenuta donazione, l’arricchimento ricevuto anzi tempo.
Preciso, per scrupolo, che il diritto agli alimenti sorge ove il soggetto non abbia possibilità di provvedere al proprio sostentamento. Sua nonna non percepisce né una pensione di vecchiaia né la reversibilità del defunto marito?
Cordiali saluti
Avv. D.M. Sportello Donna Cernusco s/N
 

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Posso portare mio figlio all'estero senza autorizzazione del coniuge separato?

Può un genitore separato portare per vacanza un proprio figlio minore all’estero, ancorchè munito di passaporto individuale valido, senza l’autorizzazione dell’altro coniuge separato?
Il genitore separato può legittimamente tenere con sé proprio figlio per il periodo delle vacanze estive, in conformità al provvedimento giudiziale di separazione. Va da sé che

il genitore, in quanto titolare di potestà sul minore, potrà portare quest’ultimo con sé anche all’estero ove provvisto di passaporto individuale valido, documento che viene rilasciato necessariamente con il consenso di entrambi i genitori.

Cio’ posto, leggendo il quesito, non mi è chiaro per quale motivo l’altro genitore neghi oggi l’autorizzazione; immagino, infatti, che al momento del rilascio la medesima abbia prestato il proprio consenso. Cosa è cambiato? E’ stata revocata l’autorizzazione?
Chiarisco, in ogni caso, che il genitore che neghi l’autorizzazione all’espatrio del figlio minore potrebbe proporre denuncia querela, il cui fondamento, tuttavia, andrà valutato dal Tribunale in relazione alla sentenza/omologa di separazione e alle mutate circostanze del caso concreto. Al fine di evitare lunghi e dispendiosi giudizi, comunque, Le consiglierei, ove possibile, di provare a trovare un accordo.
Daniela Meneghelli, Avv. Sportello donna Cernusco s/ N.
 

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Maternità e condizionamenti

Buongiorno, sono una donna di 41 anni, sposata con un uomo che amo, e stufa di sentirmi chiedere sempre cose tipo “e figli…?”, con facce compassionevoli (“non li avranno potuti avere…”) oppure a volte addirittura… di disapprovazione!! sembra che una donna sia nata soltanto per far figli e, se non li fa, vale meno delle altre!
Mi rendo conto che farmi toccare da certe parole e sguardi, arrivare a scrivere questa e-mail, significa che pure io un poco sarò condizionata da questa idea, nel fondo mi fa male… però ecco, sarei proprio curiosa di conoscere la vostra opinione al riguardo. Io nel non avere avuto figli, nell’aver scelto insieme al mio compagno di non averli, non mi sento per questo menomata e non vorrei che gli altri così mi pensassero e, soprattutto, giudicassero. Un saluto e grazie, Miriam

cara Miriam,
il tuo è un problema che tocca molte donne, soprattutto di questi tempi, quindi innanzitutto ti ringrazio di averci scritto e di aver sollevato apertamente la questione.
Quanto alla mia opinione, lasciando ora da parte il caso di chi nemmeno si trova a poter scegliere, da un lato credo che sia inevitabile, direi “fisiologico”, che di fronte a questa potenzialità che è il procreare, ciascuno e ciascuna di noi – specie a un dato momento della propria vita – s’interroghi. Voglio dire: non è magari necessario interrogarsi sul perché non si è scelto, per esempio, di diventare “insegnanti” o “ingegneri” o sul perché non si è fatto questo oppure quello, ma, sul desiderare avere o meno figli, una scelta, in un senso o nell’altro, generalmente si impone. Tu stessa infatti sottolinei: “…nell’aver scelto di non averli”.
L’identificazione della donna con il ruolo di madre ha, com’è ovvio, radici assai lontane, millenarie, e le ragioni di questa radicata identificazione hanno perlopiù avuto a che fare, nel corso della storia, con il potere che, nel confinare la donna in tale ruolo, automaticamente veniva conferito all’uomo – lui sì, abilitato a poter interpretare “tutti” gli altri ruoli sulla scena! E difatti notizie di donne dalla Storia, almeno fino al diciannovesimo secolo, se ne hanno ben poche… come se manco esistessero.
Avere coscienza di questo, e volersene a buon diritto affrancare, non deve tuttavia implicare il negare che l’identità di madre, la figura materna, sia qualcosa di fondamentale per il genere umano e specie per il genere femminile: una cosa che di certo ci accomuna tutti è l’esser venuti al mondo da ventre materno! Un minimo comun denominatore di enorme valore simbolico.
Per tornare alla tua domanda, credo quindi infine che il punto non stia tanto nel tuo doverti giustificare, come appunto fosse una colpa o una mancanza (una menomazione, scrivi acutamente tu) il non aver avuto figli, quanto piuttosto nel rivendicare o, meglio ancora, riconoscere il senso profondo che – nella tua personalissima storia – l’aver scelto di non avere figli ha avuto, ha, e anche domani avrà.
La stessa cosa dovrebbe fare chi opta per la scelta opposta, non dandola affatto per scontata: avere figli in carne e ossa non significa necessariamente esserne poi genitori in senso pieno – cioè saperli accogliere in quanto tali, prendersene la responsabilità –, così come non avere figli in carne e ossa non significa non averne o saperne avere di altro genere, “figli” in senso simbolico e non per questo meno importanti.

Susanna Fresko, analista filosofa, Sportello donna Cernusco s/N
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Non posso sposarti!

Sarebbe sufficiente riflettere sul contenuto della nostra Costituzione italiana per constatare che ogni individuo ha diritto di affermare la propria identità personale anche nella sfera sessuale.

L’art. 2 Cost. stabilisce: “ La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

Ed ancora, l’art. 3 Cost. recita:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Di fatto a chi è omosessuale non vengono riconosciuti gli stessi diritti degli eterosessuali, posto che la vita di coppia e la necessità di formare una famiglia non viene presa in considerazione dalla legislazione nazionale vigente.
Seppur vero che in alcune città italiane è stato istituito il registro delle unioni civili (i.e. Milano), occorre chiarire che da tale documento non sortiscono veri e propri diritti per la coppia omosessuale, fatta salva la possibilità di dimostrare l’esistenza di un rapporto stabile. Registri, dunque, a cui l’ente locale può far riferimento per finalità che lo stesso ritenga meritevoli di tutela, ad esempio in materia di assegnazione degli alloggi di edilizia pubblica.
Di fatto, dunque, tale disparità di trattamento che in molti paesi è stata risolta con leggi ad hoc in Italia è lasciata nell’incertezza e nella non tutela.
Anche il dettato dell’art. 14 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, rubricato “divieto di discriminazione”, stabilisce:

“Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione.”

Allo stato dei fatti, quindi, l’unico mezzo di tutela percorribile è quello di avvalersi degli strumenti che il codice civile e la normativa vigente forniscono, vale a dire lo strumento contrattuale. Stipulare contratti ad hoc per disciplinare determinati rapporti (a titolo esemplificativo: contratti di usufrutto, abitazione etc.) ovvero attraverso la predisposizione di procure (ndr negozio giuridico unilaterale recettizio con il quale un soggetto conferisce ad altro soggetto il potere di agire in suo nome) che permettano al partner di gestire determinati eventi.
Avv. D. M. Sportello Donna
 

Locali notturni e rumori molesti

Abito in una villetta nel centro di un piccolo paese e nelle immediate vicinanze c’è un pub che, soprattutto, nelle ore notturne (fino alle 2 a.m. circa) e nel fine settimana fa un rumore incredibile sia per la musica ad alto volume sia per il vociare delle persone che lo frequentano. Ne consegue che, soprattutto nei mesi estivi, io e la mia famiglia non riusciamo a dormire, cosa posso fare?

Gentile Signora,

preliminarmente può contattare la polizia locale che dovrà intervenire e far rispettare il regolamento comunale e la normativa vigente ma, ove tale intervento non sortisca esito positivo, potrà agire giudizialmente avverso il proprietario/gestore del locale notturno richiedendo, previo espletamento di una perizia tecnica volta a verificare che i rumori superino la normale tollerabilità, un provvedimento che costringa il proprietario ad insonorizzare i locale, inibire determinati comportamenti nocivi, rispettare determinati orari ovvero ad adottare tutti quegli ulteriori accorgimenti che si dovessero rendere necessari per porre rimedio al disagio procuratole oltre al risarcimento degli eventuali danni che si dovessero acclarare.

Per qualsiasi chiarimento, in ogni caso, potrà contattarmi allo Sportello Donna di Cernusco s/N. Cordiali saluti. Avv. D.M.

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Quando la rabbia non è accolta

Vi presento Simonetta, trentasei anni, assistente del direttore di una multinazionale. Si mostra sicura di sé, autonoma e competente nell’ambito lavorativo. Due mesi fa è stata lasciata da Carlo, il compagno con cui stava da due anni, e da quel momento piange, si dispera, non ha più interesse per nulla, ma non riesce a provare rabbia.
Simonetta si sente sola, terribilmente e completamente sola.
Primogenita di due figli, è rimasta orfana all’età di vent’anni a seguito di un fatale incidente stradale e successivamente, come esito di incomprensioni, il fratello ha interrotto qualsiasi tipo di contatto con lei.
Sin dal primo colloquio Simonetta appare come molto impegnata a dimostrare a se stessa e al resto del mondo, quanto sia una persona vincente, quanto la sua autostima sia alta, per poi in realtà scoprire, non appena riesca minimamente ad entrare in contatto con se stessa, come tutta l’impalcatura possa crollare da un momento all’altro.

L’ emozione della rabbia, in una donna come Simonetta, sembra quasi sconosciuta, eppure di motivi per provarne ne avrebbe.

Racconta di come da piccola di fronte ai litigi dei suoi genitori e del fratello, lei tentasse sempre di amplificare la sua allegria. Un giorno però stanca di tutte le tensioni si mise su una sedia a guardare la televisione “con il muso lungo” e subito il nonno le disse: “Non avrai il broncio anche tu oggi?”

“Da lì ho capito che non andava bene arrabbiarsi, perché se no non sei accettata e ho ripreso subito a fare l’allegra” – afferma Simonetta.

Dalle sue parole emerge come centrale la tematica del controllo delle emozioni, per esempio la rabbia è controllata, per il timore di perdere gli affetti e rimanere sole.
Un prezzo caro da pagare per riuscire a non essere mai sola, rinunciare al riconoscimento dei propri bisogni. Talvolta la rabbia, il conflitto generano timore, imbarazzo, vergogna. In donne come Simonetta il conflitto è sempre connotato negativamente, da evitare e nascondere.

Simonetta è un invito a riflettere sui propri ‘pregiudizi’ intorno al tema della rabbia e del conflitto; pregiudizi intesi come pensieri, idee, apprendimenti, valori, vissuti… che accompagnano questi temi.

Prendendone consapevolezza è possibile intraprendere una via per il cambiamento che possa aprire altri sguardi che vedano la rabbia e il conflitto da una diversa prospettiva.
Chiara Bertonati, psicologa e psicoterapeuta, Sportello donna Cernusco s/N

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Paura degli esami

“Non riesco ad andare avanti con gli esami, aiuto!” Una studentessa chiede un consiglio allo Sportello donna.

Buongiorno
mi chiamo Erika, ho 22 anni, frequento architettura già da 3 anni ma non riesco ad andare avanti con gli esami… ce la metto tutta, mi preparo studiando mesi e poi una volta di fronte all’esame… crollo!
Qualcuno mi ha parlato di “ansia da prestazione”, io so solo che, di fronte alle domande, è come se tutto ciò che avessi letto e imparato scomparisse improvvisamente dalla mia testa, vado in confusione, incespico, balbetto e il risultato è che appaio come una che non ha studiato abbastanza!!
Cosa posso fare? Non vorrei mollare gli studi, i miei genitori ci tengono tanto e anch’io.
Vi ringrazio in anticipo per il consiglio, Erika

Ciao Erika,

credo che la chiave di quanto ti accade possa risiedere, al di là delle apparenze, nella tua convinzione interiore di essere “una che non ha studiato abbastanza”.

Partendo dal presupposto che questo non sia affatto vero (studi eccome, a quanto scrivi, e non stento a crederlo), ciò su cui bisognerebbe lavorare è l’origine di questa tua convinzione interiore e il modo quindi per mutarla, in meglio ovviamente.

Si tratta in definitiva di un problema legato all’autostima, problema che, storicamente, tocca peraltro gran parte dell’universo femminile (per ragioni culturali e sociologiche molto radicate e diffuse…): dettaglio che aggiungo anche perché tu possa sentirti meno sola in tutto ciò!

Mi chiedo e ti chiedo poi se, in tutto questo, non possa avere un peso il giudizio dei tuoi genitori, che tu stessa tiri in ballo nell’ipotesi (non auspicata) di dover o poter mollare gli studi.

Un caro saluto e a presto,

Susanna Fresko, analista filosofa, Sportello donna Cernusco s/N

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