Contro la violenza maschile sulle donne a partire dalla scuola

Contro la violenza maschile sulle donne a partire dalla scuola

“Altre relazioni sono possibili”. L’esperienza realizzata nella scuola media

La scuola è finita. Sta per cominciare il periodo dell’ozio creativo, che sembra una contraddizione in termini, ma favorisce il pensiero divergente, quello che cerca nuove strade, come ci spiegano gli esperti dell’età evolutiva. Tuttavia, anche in periodo di vacanza si può parlare di scuola, soprattutto di iniziative che meritano di essere conosciute anche solo per la loro “singolarità”rispetto al tradizionale iter scolastico.

A fine maggio in Biblioteca, la cittadinanza di Cernusco ha avuto la possibilità di conoscere l’esperienza proposta ai ragazzi e alle ragazze di terza media su un progetto dal titolo: Altre relazioni sono possibili. Contro la violenza maschile sulle donne.

Penso si sia trattato di un’offerta formativa che capita di rado, ma di cui c’è bisogno come il pane, più che un’opportunità è oggi una necessità.

L’ obiettivo principale del progetto era parlare coi ragazzi dei rapporti di vita quotidiana, con gli intenti più specifici di riconoscere alcuni segnali di pericolo rispetto alla violenza e di indagare altri modi di pensare e vivere le relazioni.

Il valore aggiunto stava nell’approccio: educare alla relazione non attraverso regole date, ma a partire dalla riflessione sulla realtà che i ragazzi sperimentano nel quotidiano.

Questi l’origine e le tappe del progetto realizzato: L’UDI di Cernusco e Martesana, da sempre sensibile al problema della relazione tra i sessi e incalzato dall’emergenza femminicidio, ha proposto un intervento nelle scuole ad opera di esperti esterni, Eleonora Cirant e Alessio Miceli; l’Amministrazione Comunale ha accolto la sollecitazione nella persona dell’assessora Rita Zecchini; le insegnanti Marisa Chiappa e Tiziana Buccolieri hanno accettato, dopo l’iniziale perplessità riguardo al tempo da sottrarre al programma ordinario; l’intervento è stato realizzato in due classi terze della Media Aldo Moro; infine in Biblioteca sono avvenute la relazione conclusiva, la verifica e la condivisione pubblica.

Chi ha partecipato all’incontro ha capito quello che è stato possibile affrontare con i ragazzi, che, al di là delle risate e delle turbolenze mostrate in sala, si sono “rivelati” attraverso i filmati dell’esperienza. Sono risultati evidenti le loro potenzialità nascoste, la capacità di riflettere sui comportamenti, l’intelligenza delle relazioni a cui è possibile mirare.

Credo che siano almeno tre i fattori che hanno contribuito alla riuscita dell’intervento.

Presenza di esperti esterni. Una donna e un uomo, rappresentanti di entrambi i sessi e sciolti dai vincoli dell’insegnamento tradizionale impostano con competenza un percorso, seguendo un approccio adatto all’età e alla delicatezza del tema.

Non giudicano, non suggeriscono soluzioni preconfezionate, non prevaricano. Insieme ai ragazzi non si indaga sui comportamenti, ma si stimola la riflessione, si facilita la comunicazione, si individuano spazi di possibilità positive senza sottovalutare la realtà negativa. Soprattutto non si parla del mondo lontano, che spesso lascia indifferenti, ma si osserva il proprio in modo critico. Penso che in educazione il fine sia importante, ma un buon metodo è tutto.

Disponibilità degli insegnanti. Due insegnanti(non molti per la verità) capiscono la necessità e il valore della proposta e scelgono, anche se comporta sacrificare un po’ il programma. Acconsentono anche a “farsi da parte”, escono dall’aula per permettere ai ragazzi un più libero e autentico confronto: una ammirevole apertura, non così frequente nella classe docente.

Sinergia di intenti. L’iniziativa vede unite l’associazione UDI, la scuola media Aldo Moro e l’assessorato alla Cultura , con una sinergia di intenti e una comunicazione tra diverse settori che sarebbe auspicabile per qualunque progetto di rilevanza sociale.

Di fronte a emergenze come il radicarsi della violenza sulle donne e su chi mostra un diverso orientamento sessuale, si è ormai capito che occorre intervenire sulla cultura che fornisce terreno al fenomeno.

Proprio in questo periodo la Camera ratificando la Convenzione di Istanbul, ha sottolineato due principi essenziali della violenza di genere: la sua specificità nell’ambito della violazione dei diritti umani fondamentali e soprattutto il suo manifestarsi come risultante di rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, gli stessi che hanno portato alla discriminazione della donna e che ne impediscono la piena emancipazione.

Si tratta di un riconoscimento importante come importanti sono i capisaldi indicati: prevenzione, protezione, giustizia. Certo occorre che ci sia la volontà di far vivere con le azioni quello che c’è sulla carta, e per voltare davvero pagina occorre il contributo di tutti.

Credo che il progetto realizzato nella scuola si sia inserito coerentemente in questa prospettiva. Proprio perché la violenza ha le sue radici nella cultura del possesso e della subalternità dell’altro, credo che occorra educare alla relazione, a partire dalla propria vita, ma in una forma diversa che metta in gioco l’esperienza e non preveda troppe teorie né regole imposte.

Forse il metodo di “partire da sé” che è stato suggerito ai ragazzi e la sfida a vivere non subendo i modelli, andrebbero applicati anche solo per conoscersi meglio e misurare le distanza tra ciò che si è e ciò che si desidera. Per una identità ancora in costruzione mi sembra più che mai necessario il lavoro di presa di coscienza e di modificazione, esattamente quello che è stato fatto con le ragazze e i ragazzi della scuola.

Penso che, al di là dell’obiettivo di contrastare la violenza, continuare a riflettere e a interrogarsi sulle relazioni, può servirci a svelare abitudini e pregiudizi, magari inconsapevoli, del passato. Soprattutto sono convinta che costruire la collettività a partire dalla relazione, sia una ricetta che si adatta a tutte le età e per tutto il corso della vita.

Rosaura Galbiati

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