Si è concluso il ciclo di incontri “Spazio a Me 2”, un percorso che ci ha accompagnate nel profondo del nostro sentire, della nostra voce, del nostro modo di esserci nella relazione con l’altro. L’ultimo appuntamento è stato dedicato a un tema tanto semplice quanto complesso: la capacità di esprimere i nostri bisogni, i nostri desideri, le nostre emozioni.
Abbiamo riflettuto su quanto spesso diamo per scontato che l’altro debba capire, interpretare, intuire. Come se la vicinanza affettiva fosse garanzia di telepatia.
Capita infatti che, mosse dal desiderio di essere viste, iniziamo a sperare o ad aspettarci che l’altro colga da sé ciò di cui abbiamo bisogno.
Ma quante volte questa aspettativa silenziosa diventa fonte di delusione, di incomprensione e di distanza?
Abbiamo compreso insieme che esprimere i nostri bisogni non è un atto di egoismo, ma un gesto di cura. Cura per noi stesse, per la nostra verità, ma anche per la relazione. Perché parlare in modo autentico, con il cuore e con amore, apre uno spazio di possibilità nella comunicazione. Permette all’altro di conoscerci, di avvicinarsi davvero, non all’idea che ha di noi, ma a chi siamo nel profondo.
Certo, questo passo può far paura. Paura di soffrire o di far soffrire, di essere giudicate, di provocare reazioni che non possiamo controllare. Paura che l’altro possa allontanarsi, che non regga il peso della nostra verità. E allora scegliamo di stare zitte, di tenere dentro, di lasciar correre.
E cosa accade quando rinunciamo, giorno dopo giorno, a dire quello che sentiamo?
Accade che ci spegniamo. Che l’energia vitale che ci abita si affievolisce. Che iniziamo a sentirci invisibili, impotenti, disconnesse da noi stesse. Perché ogni volta che rinunciamo a esprimerci, è come se dicessimo a noi stesse: “Non valgo abbastanza per essere ascoltata, le mie emozioni non sono importanti, meglio che stia zitta”.
E questo messaggio, nel tempo, si trasforma in una credenza velenosa.
Durante l’incontro ci siamo accorte di quanto sia liberatorio, invece, riconoscere ciò che sentiamo e darci il permesso di comunicarlo. Anche se non è facile, anche se richiede coraggio, anche se implica il rischio di smuovere qualcosa nell’altro.
Perché, proprio lì, nel movimento, c’è la possibilità di crescita. Se la relazione è viva, se c’è volontà di crescere da entrambe le parti, allora anche una difficoltà può diventare occasione per conoscersi di più, per evolvere insieme.
Abbiamo parlato di responsabilità.
Non quella che pesa sulle spalle come un dovere, ma quella che nasce dalla consapevolezza. Essere responsabili di noi stesse significa riconoscere che, se non parliamo, nessuno può farlo al nostro posto. Che il nostro sentire merita spazio, ascolto, voce. Che abbiamo il diritto e il potere di dire: “Questo è ciò che vivo, questo è ciò che sento”.
Non sempre l’altro risponderà come desideriamo, ma questo non è sotto il nostro controllo. Ciò che possiamo scegliere è restare fedeli a noi stesse. Non tradirci. Non metterci da parte.
Concludiamo questo ciclo di incontri con il cuore pieno: di parole dette, di consapevolezze emerse, di legami creati. E anche con la promessa che ogni passo fatto verso noi stesse è un passo che resta. Che costruisce. Che nutre.
Continuiamo a prenderci spazio. A prenderci cura. A prenderci sul serio.
Articolo a cura di: Dott.ssa Noemi Sirtori, psicoterapeuta di Spazio Donna
