Martedì 7 ottobre è ricominciato il gruppo Spazio Donna.
Ci siamo ritrovate, dopo la pausa estiva, con quella sensazione familiare di casa che si riapre, di corpi che tornano a incontrarsi nello spazio, di parole che pian piano ricominciano a scorrere.
Il primo incontro l’abbiamo dedicato a un tema che, in apparenza, sembra semplice, ma che quando lo si guarda davvero da vicino rivela mondi interi: il chiedere aiuto.
È un gesto che tutti conosciamo, eppure per molte di noi è tra i più difficili.
Nel gruppo sono emerse parole profonde, legate alle esperienze dell’infanzia, ai messaggi ricevuti da piccole, a quella voce interiore che ancora oggi a volte dice: “devi farcela da sola”.
Molte hanno raccontato di aver imparato presto a non disturbare, a non piangere, a essere forti.
A cavarsela sempre, anche quando sarebbe stato naturale cercare una mano, uno sguardo, una presenza.
E così, nel tempo, il chiedere aiuto si è trasformato in qualcosa che mette in imbarazzo, che fa paura, o che arriva solo quando non ce la facciamo più.
Perché nel chiedere c’è l’ammissione di un bisogno, e il bisogno spesso lo abbiamo imparato a considerarlo una debolezza.
Eppure, se ci pensiamo, è proprio dal bisogno che nasce ogni incontro vero.
Chiedere aiuto non significa arrendersi.
Significa riconoscere un limite e fidarsi abbastanza da mostrarlo.
È un atto di fiducia, di apertura, di contatto.
Quando ci permettiamo di farlo, nel corpo accade qualcosa: il respiro si fa più ampio, le spalle si abbassano, la gola si ammorbidisce.
È come se dentro di noi si aprisse uno spazio nuovo, più morbido, più umano.
Durante l’incontro abbiamo riflettuto su quanto, nella nostra cultura e nella nostra storia personale, ci sia stato insegnato che “essere forti” significhi “non aver bisogno di nessuno”.
Ma quella forza solitaria, col tempo, pesa.
E diventa una corazza che ci separa dagli altri e, a volte, anche da noi stesse.
Abbiamo condiviso come, nel momento in cui qualcuno ci chiede aiuto, sentiamo subito un movimento di vicinanza, di cura, di presenza.
Allora perché non concedere anche a noi stesse la stessa possibilità?
Perché non poter dire “ho bisogno” senza sentirci meno capaci o meno degne?
Forse perché chiedere aiuto ci espone, ci fa sentire vulnerabili.
Ma la vulnerabilità non è fragilità: è verità, è contatto, è vita che si muove.
Nel gruppo, tra parole e silenzi, è diventato chiaro che chiedere aiuto non è soltanto una richiesta rivolta all’esterno.
È anche un gesto interno, un modo di riconoscere che possiamo sostenerci, che possiamo accogliere parti di noi che per tanto tempo abbiamo lasciato sole.
È imparare a dirsi: “va bene, adesso posso appoggiarmi un po’”.
E forse, la prossima volta che sentiremo quella voce che dice “non disturbare, ce la devi fare da sola”, potremo ascoltarla con più dolcezza.
E risponderle che no, non sempre dobbiamo farcela da sole.
Perché anche lasciarsi aiutare è una forma di forza.
È fidarsi abbastanza da lasciarsi sostenere, da lasciarsi vedere.
È permettere alla vita di respirare attraverso la relazione.
Chiedere aiuto è un movimento vitale.
È un ponte che ci riporta alla presenza, a noi stesse, agli altri.
E quando quel ponte viene attraversato, anche solo una volta, qualcosa dentro si alleggerisce.
E torna il respiro.
Articolo a cura di Dott.ssa Noemi Sirtori, psicologa presso Spazio Donna
