Grigio

Il cielo respirava un canto mite
lento
Muovendo piano il velo
già grigio
di un tenero tiepido mattino.
 
Soffiava piano, carezze gentili
su frotte di spighe ripiene di sole
E mormorava, voce sottile
fra betulle gracili e stonate
sul canto allegro dei fringuelli.
 
Così vibravano, al vento
sui fusti esili e chiari
le chiome folte, d’argento:
Come i cuori incauti e speranzosi
che allora avevamo in petto.
 
Palpitavano anch’esse,
cuori in cielo
E lui le vide, tanto belle
ma altrettanto ingenue
fragili e leggere
 
Così si sciolse in lacrime, il cielo
in un sussurro fine
sommesso
E pianse a lungo, fino a spargere
anche i suoi ultimi caldi umori.
 
Si piegarono, le spighe
Si quietarono, i rami
E si sparsero, col vento
nell’aria umida di pioggia
anche le nostre, brevi
già remote emozioni.
 
Sabrina Calzia
Immagine ‘pink floyd:empty spaces
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Nero

Occhi Neri D’Ebano
il tuo sguardo è molle
Mi riga il petto, lo asciuga
graffi duri come solchi
non c’è un seme che germogli.
L’alito azzurro dei rami è breve
e onde nel grano tacciono
Spighe minute, infrante
da massi di miserie
come macina, il tempo
Ma tu lasciami i giorni
se son fragile
fior di vetro in inverno
basta un soffio a piegarmi
e temo la rugiada.
Ogni Notte Dev’Essere
scura
L’ombra lunga del lampione è un urlo
senza voce
si arrampica al cielo
E stelle cadono, a vedere me
che aspetto
la sera calma in cui spiccare il volo
libera
fra i denti radi d’un castello.
L’attesa è fiato, pane e cammino
e onde e memoria il mio treno
Occhi e naso non bastano
lo vedo
A capire la notte
l’odore del silenzio
Ma ci si abitua a tutto
com’è vero
alla cenere più che al fuoco acceso
e il buio è mite
placa il cuore e  i flutti
Sull’argine di un giorno, il mio
senza orizzonte ormai
senza più tempo…
Ti ascolto.
È così vicina, qui
la luna!
Sabrina Calzia
 

Image: 'Noche de luna llena - Full moon night'
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Rosso

Mentre cucino mi verso un bicchiere di vino, per allietare un po’ il mio pranzo solitario. Lo faccio sempre. Ma oggi il mio rosso è più scuro e limpido del solito, e odora di vaniglia tabacco e panelle. Allora mi torna in mente un Natale, fra i tanti trascorsi a casa dei nonni.

Eravamo in cucina, la nonna e io, gli altri a giocare a tombola accanto al camino. La nonna friggeva le panelle e io la osservavo estasiata, così bella pur con le sue rughe, la schiena curva, il profilo indurito dagli anni.

Fuori infuriava un putiferio di sibili, cocci che cadevano, imposte che sbattevano, cartacce come aeroplani, ulivi a sbracciarsi impazziti su un cielo torvo e minaccioso. In cucina, accanto alla finestra, un mulinello di foglie tenere venute da chissà dove volteggiava con grazia su un turbine invisibile. Certamente il movimento era creato da una corrente clandestina penetrata attraverso gli infissi, ma io, in preda al mio infantile entusiasmo, pensai che le foglie si stessero muovendo in una danza magica, sull’onda malinconica dei vapori effusi dal vin santo aggiunto alla pastella: melodia che le mie orecchie immaginarono di udire davvero.

È il rosso, il colore che prevale nei miei ricordi d’infanzia.

C’è il rosso brillante delle mie ballerine di vernice, l’amaranto della mia mantellina in lana cotta, il bordeaux del mio primo astuccio di scuola. C’è il carminio di una scatola alta e stretta in fondo a un vicolo striminzito di un borgo di case aggrappate l’una all’altra in cima a una collina: la casa dei nonni. L’intonaco ruvido era di una tinta granata accesa, come gli stimmi di un fiore di zafferano, che la faceva spiccare fra le altre costruzioni, più larghe e basse, tutte dai colori tenui, diversi toni di rosa e giallo.

E ancora, c’è il rubino del vino di zio Piero, di cui a Natale anche a noi bambini era concesso bere qualche sorso per esaltare il sapore delle frittelle della nonna: le panelle di mele e vin santo, che ancor oggi ricordo come la più grande delizia del palato e che per le feste non potevano mai mancare.

Della casa dei nonni amavo gli aromi. Il sentore di vaniglia che pervadeva ogni stanza per l’abitudine della nonna di profumarsi con quell’essenza zuccherina, e l’odore dolceamaro del tabacco, che un tempo il nonno fumava nella pipa e di cui conservava ancora qualche presa, da annusare per ravvivare i ricordi prima di raccontare a noi nipoti le avventure di quando navigava.

Questa sera è bastato un tramonto per farmi travolgere dai ricordi.

Mi aggrappo alla memoria, spiego le ali, e col sapore di vino e panelle ben stretto tra le labbra, decollo. Virando in volo catturo un alito di brezza, il palpito di un suono. Quassù è più dolce, il rosso del cielo.

«Sono a casa, nonna» sussurro piano al mio cuore mentre plano.

La casa è una scatola rossa, più stretta e bassa di un tempo. C’è il cartello vendesi a destra del portone, accanto a una targhetta senza nome. Il color granata è sbiadito, e dov’è scrostato, l’intonaco tradisce un rosa pallido.

Non serve bussare, in un attimo sono dentro ad avvitarmi sulla spirale delle scale, e odori colori e sapori riaffiorano, s’incollano al cuore, mi porgono ricordi che credevo di aver perduto. Li respiro.

Nell’aria ferma, una voce sottile di vento sbuffa e mi sfiora, un mulinello di foglie brune s’invola e volteggia al ritmo di una melodia nostalgica, e io mi sento così leggera che inizio a danzare, danzo con loro. Sul profumo di fiori frittelle e vin santo, fra il bianco il grigio il rosa dei marmi, il bruciato della terra, l’oro delle iscrizioni e il baluginare dei lumini.

Solo due passi al marmo rosso, l’unico. Quello col mio nome in caratteri di bronzo, una foto di me invecchiata e due date, una che non riconosco.

L’istinto grida via, via da quel pensiero, e io subito fuggo, corro a cercare il blu dolce e sereno delle mie notti di bambina. Ma niente, quel blu non esiste. Non qui. Non adesso.

Il sole morente è di un cremisi intenso, s’adagia sul cobalto del cielo e lo snatura… né rosso né blu: viola.

Sorrido. È qui la mia casa. All’ombra di un fiore

Sabrina Calzia

Immagine: www.flickr.com/photos/37576773@N08/3811537169

Bianco

Bianco è il titolo del racconto che dà il via alla nostra nuova rubrica Donne a colori. Con questo racconto Sabrina Calzia vuole ricordare Rita Levi Montalcini, recentemente scomparsa, con un racconto di fantasia ispirato alla novella di Luigi Pirandello “Di sera, un geranio”

Ogni mese Donne a colori proporrà brevi brani di narrativa (o poesia) firmati e proposti dall’autrice cernuschese Sabrina Calzia*. Storie sul tema della memoria e delle origini, scritte con particolare attenzione al mondo e al modo di sentire femminile e alle emozioni. Ad ogni storia è associato un colore: partendo dal presupposto che il colore, in se stesso, è fonte di emozione.

BIANCO

di Sabrina Calzia

S’è liberata, nel sonno, non sa come; forse come quando s’affonda nell’acqua, che s’ha la sensazione che poi il corpo tornerà su da sé, e invece risale solamente la sensazione, ombra galleggiante del corpo rimasto giù.

Dormiva, e non è più nel suo corpo; non può dire d’essersi svegliata, e non saprebbe dire dove ora si trovi veramente: è come sospesa a galla nell’aria immobile della sua camera chiusa.

Alienata dai sensi, distingue e riconosce il ricordo di com’erano, più che le rispettive percezioni; non sono ancora lontani, i suoi sensi, ma già li intuisce staccati, altrove da sé: là dov’è un rumore anche minimo nella notte, ecco l’udito, che pure in molta parte l’aveva abbandonata; e qua la vista, tornata come in un miracolo, tutta quanta, dov’è appena un barlume a rischiarar le pareti e il soffitto polveroso, e giù il pavimento col tappeto, e le pieghe morbide di un letto col piumino rosa, e le lenzuola bianche di raso sotto le quali s’indovina un corpo che giace inerte. Un corpo minuto, la testa piccola affondata sui guanciali scomposti, gli occhi chiusi e la bocca piegata in un sorriso dolce, lieve.

Lei, quella! Una che non è più. Una a cui quel corpo pesava già tanto, e che ormai con quel corpo vedeva così poco e sentiva ancor meno, e che fatica anche il respiro!

Una che adesso però s’è liberata, e prova per quel suo corpo là, più che antipatia, rancore.

Veramente non vide mai, lei che pure vedeva e comprendeva quasi tutto, la ragione per cui gli altri dovessero riconoscere quell’immagine così insignificante come la cosa più sua.

Non era vero. Non è vero.

Lei non era quel suo corpo; c’era anzi così poco di lei, in quel misero involucro!

Lei era nella vita, nelle cose che pensava, che le si agitavano dentro, in tutto ciò che vedeva fuori, attorno a sé, senza mai guardare se stessa. Case strade cielo, tutto il mondo.

E allora che facesse pure, quel suo povero corpo avvizzito… facesse pure ciò che più voleva. Poteva anche cedere al tempo, lui, che ormai si portava in spalla più di cento primavere: lei avrebbe continuato comunque, come sempre, a essere e sentirsi soltanto mente, intelligenza, intuizione. Puro pensiero inestinguibile, un intero battaglione di neuroni bellicosi e instancabili, forse anche immortali.

Già, ma ora, senza più il corpo, prova un dolore nuovo, lei che di nulla s’è mai data pena, non per se stessa, almeno: questo sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa, le cose a cui per tenersi sveglia torna ad aggrapparsi ma dalle quali, in questo stesso gesto, trae un timore sconosciuto. La paura non d’addormentarsi, ma del suo svanire nella cosa che resta là per sé, senza più lei: semplice oggetto. Una sveglia sul comodino, un quadretto alla parete, un paio di vecchie stampelle, un cimelio di microscopio ormai inutile sul tavolo in mezzo alla stanza.

Lei ora è quelle cose, non più com’erano quando avevano ancora un senso per lei; quelle cose che per se stesse non hanno alcun senso, e che ora dunque non sono più niente per lei.

Forse questo, è morire?

La casa di suo padre. Eccola ancora lì, ampia e maestosa, con una luna grande e tonda a illuminarla tutta, e a inondare di luce anche il suo bel giardino. In quella luce bianca, ora, lei riesce a scorgere le giovani gemelle, due fiori fragili in attesa di sbocciare, e scorgendole intuisce un ritorno di voce lontana, fragranza di risa aperte, graziose e spensierate.

ritaglioEccola lì, Paoletta; timida e solitaria, lei, così affettuosa e dolce, aggraziata nei modi e spontaneamente docile. Osserva la piccola Paola, la sente rivivere; e in quell’eco d’infanzia le sovviene il calore di un affetto immenso, mai mutato, che più che a ogni altro, in vita, la legò alla sorella. E ne rammenta il sorriso più recente, quello di donna adulta, più breve di allora ma al tempo stesso più maturo e consapevole. Ripensa alle sue labbra rosee e piene, alla gioia sincera che ne incurvava un pochino gli angoli, all’insù, durante quei colloqui interminabili con tele troppo candide e impazienti di sporcarsi, nei voli fantastici dei suoi pennelli unti e odorosi, impugnati a mo’ di spada per pungolare o trafiggere il tempio segreto e inviolabile dell’arte. Un tempio che Paola conosceva bene e sapeva plasmare con sapienza, in un modo tutto suo; inseguendo geometrie perfette, al tempo stesso morbide e forti, in grado di affrontare il caos burrascoso di un mare perennemente inquieto: la sua vivida e fervida ispirazione. Senza mai tradire un indugio, né abbandonarsi a un naufragio.

rita-e-paola-levi-montalciniPoi accanto alla giovane Paola ritrova se stessa, animo indomabile e naturalmente scompigliato, bambina dall’indole vivace e ribelle, sempre un po’ crucciata e precocemente rapita da pensieri troppo gravi e profondi.

Lei, Rita; la bimba che non volle e non seppe mai piangere, nemmeno a tre anni, eppure a quell’età fu già capace di offendersi irrimediabilmente col padre, in un giorno d’inverno in cui Torino, bianca di neve, era avvolta in un panno omertoso di silenzio. Non lo avrebbe perdonato, mai fino in fondo, quel genitore troppo severo e troppo ottuso, reo di averla privata del suo amatissimo, pur frivolo, cappellino bianco di feltro.

Lei, Rita; la bimba orgogliosa e determinata che frequentava ancora le elementari quando decise che mai, in futuro, si sarebbe concessa la distrazione di creare una famiglia nuova, tutta sua, per non sottrarre tempo ed energia alla missione cui si era già votata: l’abbattimento dei pregiudizi che incatenavano le donne tarpando le ali alla creatività e all’intelligenza femminili.

orizzontaleNon si sarebbe legata mai a nessuno, lei ch’era soprattutto libertà e fantasia, intuito e immaginazione. Lei che da sognatrice qual era, con gesti concreti e tangibili avrebbe mostrato al padre tutto il suo talento, diventando la sola, prima e inimitabile “Artista della Scienza”. Lei che avrebbe dimostrato al mondo intero che il suo essere artista e scienziata, e il suo essere donna in primo luogo, non le avrebbe mai posto un limite, ma al contrario le avrebbe offerto sempre il più ampio e sconfinato degli orizzonti.

E mentre rivede se stessa eccola, infine, arriva la sorpresa, e diventa a mano a mano più grande, e si fa infinita… ecco, l’illusione dei sensi, già sparsi, che a poco a poco si svuota di cose che pareva ci fossero e invece non ci sono: suoni, odori, colori.

L’inganno si svela. E svelandosi finisce. Tutto ora è freddo e grigio e muto.

Anche il cervello si è spento.

Tutto è niente. E la morte… è questo niente, della vita com’era?

Eppure anche in questo nulla fatto solo di silenzio, ancora il pensiero non vuol saperne di tacere, e invece di sbiadire e sfumare si riaccende in un fiato, e pian piano si gonfia, si stacca dagli oggetti e decolla, si libra in volo, diventa aria e cielo, ora rovente frizzante etereo come un fulmine ora freddo lento materico come neve.

E che importa, allora, il consistere ancora in una cosa, se le cose sono niente o quasi, e il pensiero è tutto e in tutto, o quasi in tutto? Ché il pensiero è sempre stato tutto, di lei; e questo suo tutto non era solo cervello, ma anche cuore.

Ed è proprio lì, nella magia ancora incomprensibile del cuore, che il pensiero può mutare, e magari trasformarsi in fiore, un piccolo fiore bianco che occhieggi timido da uno stelo fragile, minuto, quasi invisibile nel buio della notte.

– Oh guarda giù, nel giardino: quella margherita, bianca. Come s’accende! Perché?

Di sera, qualche volta, nei giardini s’accende così, improvvisamente, qualche fiore; e nessuno sa spiegarsene la ragione.

“Tutti dicono che il cervello sia l’organo più complesso del corpo umano, e da medico potrei anche acconsentire. Ma come donna vi assicuro che non vi è niente di più complesso del cuore, ancora oggi non si conoscono i suoi meccanismi. Nei ragionamenti del cervello c’è logica, nei ragionamenti del cuore ci sono le emozioni.”

Rita Levi Montalcini (Torino, 22 Aprile 1909 – Roma ,30 Dicembre 2012)

*Sabrina Calzia:

nata a Imperia nel 1971, laureata nel 1995 al Politecnico di Milano in Ingegneria Edile e “trapiantata” a Cernusco sul Naviglio da quasi un decennio, ad oggi Sabrina ha pubblicato il romanzo “La metà di credere” e la raccolta di racconti “Onde”, entrambi editi da Cerebro. (www.cerebroeditore.com)

Crediti immagine: 'Poof'
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