è facile abortire in Italia? Ecco la mappa che ti dice quanti e dove sono i medici obiettori di coscienza nel nostro paese

L’Italia è il paese che il più alto numero di medici obiettori negli ospedali. Per questo il diritto all’interruzione di gravidanza non sempre riesce ad essere garantito. Da Nord a Sud sono tante le strutture in cui la percentuale di obiettori è altissima, così come sono tante le farmacie sparse su tutto il territorio dove non vengono vendute le pillole del giorno dopo.
Per questo motivo è nata Obiezione respinta“, una piattaforma nazionale dove è possibile trovare tutte le informazioni, le segnalazioni sul tema ma anche per scambiarsi opinioni, consigli ed esperienze legate all’interruzioni di gravidanza. L’iniziativa è nata l’8 marzo in occasione del sciopero nazionale delle donne “Non una di meno“. L’obiettivo è quello di colmare un vuoto informativo. I dati del ministero non sono aggiornati e quindi per le donne non è facile capire dove e quanto sia garantito il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.
La piattaforma è di semplice utilizzo: c’è una cartina dell’Italia e a ogni ospedale e farmacia corrisponde un bollino: verde se viene garantito il servizio, viola per le esperienze positive mentre è rosso per quelle negative. La piattaforma è in continuo aggiornamento perché chiunque tramite mail o facebook può contribuire ad aggiornarla con le informazioni provenienti dal proprio territorio.

Le ragazze che dopo le superiori scelgono università scientifiche? Ancora troppo poche. Ecco cosa si nasconde dietro queste scelte

Donne e scuola un rapporto non semplice da spiegare. Almeno in Italia. Da una parte c’è il miglior rendimento scolastico delle ragazze rispetto ai colleghi maschi; un divario dovuto secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) anche a un maggior impegno delle donne con tre ore in più dedicate allo studio alla settimana rispetto agli uomini.
Dall’altra parte però c’è da sottolineare un’altra tendenza ben marcata: le ragazze, infatti, sono poco propense a indirizzarsi verso studi scientifici a livello universitario. In poche si iscrivono a ingegneria, matematica, scienze o informatica. Secondo gli ultimi dati del Miur (realitivi all’anno 2014/2015) nelle facoltà scientifiche solo il 26% degli studenti totali sono di sesso femminile. Una percentuale che scende ancora di più a ingegneria (23%).
Finite le scuole superiori, infatti, le ragazze si orientano in altri settori. Verso percorsi che riguardano l’insegnamento sono il 92%, le lingue (81,3%) la politica e la società (64,5%) e le discipline mediche (62%). La rivista online Ingenere.it ha intervistato Irene Biemmi, formatrice e ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze della formazione e psicologia dell’Università di Firenze, per capire dinamiche si nascondono dietro questi dati.
Secondo la prof. Biemmi dietro le scelte di tutti gli studenti c’è un condizionamento di genere che influisce nel passaggio dalle superiori all’università. “La variabile di genere – spiega – in Italia condiziona pesantemente i percorsi scolastici delle ragazze e dei ragazzi, in modo molto più marcato che in altri paesi europei”.
Perché una ragazza sceglie con più difficoltà una facoltà scientifica? “Perché non le interessa, è la risposta ricorrente. – continua Biemmi – E invece gli studi sociologici ci dicono da anni che l’Italia è uno dei paesi europei in cui la famiglia e il contesto sociale e territoriale incidono più pesantemente sulle scelte formative individuali dei singoli, e il condizionamento di genere incide trasversalmente su tutti questi contesti”.
In ogni caso anche se una minoranza, ci sono ragazze che vedono nel loro futuro una vita lavorativa legata al sapere scientifico. La prof Biemmi ha provato quindi a tracciare un profilo delle studentesse che hanno fatto questa scelta, purtroppo ancora troppo controcorrente nel nostro paese: “Di solito sono state ottime studentesse alle superiori, molte provengono dai licei scientifici e vivono la scelta in perfetta continuità con il loro percorso. Non sono consapevoli della maschilizzazione del settore che hanno scelto perché sono completamente concentrate sull’obiettivo, questo le rende eccellenti nei risultati ma fa perdere loro la capacità di analizzare il contesto“.

Il movimento delle donne dal Risorgimento al primo decennio del 900: il 31 gennaio il primo incontro organizzato dalla Università delle donne di Milano

La prima volta che le donne hanno potuto esprimere il proprio voto in Italia risale al 1946. Ma il ruolo della donna nella società civile e nella vita politica risale a molto prima. Per questo “l’Università delle Donne” organizza due incontri dal titolo “Il movimento delle donne dal Risorgimento al primo decennio del ‘900″.
Il progetto, a cura di Ornella Bolzani, si pone come obiettivo di ricostruire quella trama ininterrotta di attività, lotte e sacrifici per la conquista dei diritti da una generazione all’altra fino ai giorni nostri. Nei secoli, in modo graduale e spesso tortuoso, le donne italiane sono riuscite a raggiungere una visibilità pubblica e sono riuscite ad influenzare la vita politica del nostro paese.
I due incontri si terranno all’Università delle Donne di Milano, in corso di Porta Nuova 32. Il primo appuntamento è martedì 31 gennaio dalle 16 alle 18. Il secondo è martedì 7 febbraio, sempre dalle 16 alle 18.
 

Spettacolo a Cassina de Pecchi La casa di Bernarda Alba

Nell’Andalusia degli anni ’30, la tirannica Bernarda Alba, in seguito alla morte del marito, impone un lutto rigoroso di otto anni alle sue cinque figlie (Angustias, Maddalena, Amelia, Martirio, Adele) e alla madre, impedendo loro di uscire di casa e di intrattenere rapporti con il sesso opposto. Alla figlia maggiore, Angustias, che ha ereditato una parte consistente del patrimonio paterno, è concesso sposarsi con “Pepe il romano”, il giovane più ambito del paese il quale è segretamente innamorato dell’ ultimogenita Adele con la quale nasce una tragica passione portata alla luce da una delle sorelle maggiori…

18 aprile 2012, ore 21.00 – Piccolo Teatro della Martesana, Cassina de’ Pecchi (MI)

LA CASA DI BERNARDA ALBA

di Federico Garcia Lorca

regia di Irina Galli

con Francesco Basile, Alice Bombi, Francesca Bonelli, Montserrat Camps Llorens, Astrid Casali, Olivia Gelisio, Chiara Rodoni, Imelda Sperotto

Gabriele Colombo, Francesco D’Amelio, Danilo De Giorgio, Alessandro Lo Cascio, Antonio Zuccaro 

Giovedì 19 aprile 2012 – ore 21.00
Ingresso: Intero € 8,00 – Ridotto € 5,00

Piccolo Teatro della Martesana Via Trieste 3G/2, 20060 Cassina de’ Pecchi – Milano. Tel. 02 5811 4535 – Fax 02 3657 0630

La figura di Bernarda, affidata a Francesca Bonelli che lavora con grande passione e umiltà in questo contesto di studio, in un personaggio così facilmente traducibile nella mamma/matrigna dura e senza cuore.

L’indagine di un’Andalusia degli anni trenta che ci risuona davvero solo negli echi del nostro profondo sud anche attuale e in culture che, con tutta la nostra apertura mentale, ci creano un conflitto atavico nella relazione col femminile?

Noi, dominati solo da veline e dal corpo femminile che si vende ai politici, come merce e fonte di ricchezza materiale?

Noi, artisti liberi dal timore di Dio?

Noi, le cui madri ci hanno insegnato la forza dell’intelligenza e del libero arbitrio, della libertà di essere ciò che vogliamo, scopriamo il bisogno di indagare la costrizione, l’annullamento della libertà, il controllo delle passioni, il tragico tentativo di dominio del destino autentico?

La tragedia di un singolo, piccolo luogo di mondo, la casa di Bernarda, che ci lascia in lacrime a vivere domande che abbiamo il semplice e profondo bisogno di riaprire.

Quanto le attrici, vinte le resistenze interiori, avranno la forza – oltre al desiderio – di vivere questa condizione? Quanto gli spettatori riusciranno ad essere vinti alla funzione di esseri umani nudi di fronte alla condizione umana

 

Presidio in sostegno dei Centri antiviolenza

Un presidio per richiamare l’attenzione sul progetto di legge di iniziativa popolare presentato in Regione Lombardia e non ancora discusso da due anni, al fine di sostenere il lavoro dei Centri Antiviolenza della Lombardia.

10 marzo, piazza della Scala a Milano, dalle ore 14,30.

E’ la proposta della Rete dei Centri Antiviolenza della Lombardia, che vogliono sensibilizzare la stampa, l’opinione pubblica e le istituzioni sull’allarmante situazione dell’aumento di violenza sulle donne negli ultimi anni e presentare le ragioni del presidio che si terrà il 10 marzo.

Un evento di richiamo anche per le donne di Cernusco, che non è esente dal fenomeno. Lo dimostra l’esperienza dello Sportello donna, che nei suoi tre anni di attività ha accolto più di un caso.

La violenza può essere fisica, ma anche psicologica ed economica. Quando è estrema, uccide. E di violenza le donne italiane continuano a morire, nell’indifferenza generale.

Dai dati raccolti dai 16 Centri emerge che nel 2011, sebbene gli omicidi commessi in Italia sono in generale diminuiti, non si sono proporzionalmente ridotti i casi di violenza contro le donne che hanno portato alla loro morte.

Un fenomeno silenzioso ma esteso che non si può combattere unicamente con impegno e prevenzione, ma che ha bisogno di un sostegno politico ed economico, oltre che sociale.

Il femminicidio, secondo i dati raccolti, continua ad aumentare tanto che se nel 2010 le vittime sono state 127, nel 2011 se ne contano 137 e purtroppo nulla fa pensare che questo fenomeno tenderà a diminuire visto che solo nei primi due mesi dell’anno già 18 donne sono state uccise.

Per arginare questo problema uno degli strumenti a disposizione è la proposta di legge presentata dai Centri a Regione Lombardia nel 2010 e in attesa di essere approvata.

A questo riguardo Manuela Ulivi, presidente della Casa delle Donne Maltrattate ci tiene a sottolineare che oggi si sente preoccupata dal fatto che “ dopo un primo momento in cui siamo state ascoltate dalle istituzioni vediamo non è andata come ci si aspettava. L’annacquamento della nostra proposta di legge di iniziativa popolare potrebbe dare alle istituzioni la possibilità di fare la legge. Ma a quali condizioni?” e sottolinea che la proposta di legge popolare include dei punti irrinunciabili ovvero quegli articoli ” che parlano della formazione degli operatori, dell’importanza del lavoro della rete dei centri antiviolenza sul territorio e una dichiarazione di Regione Lombardia di sostegno anche economico di questa rete”.

La regione Lombardia è l’unica regione d’Italia a non avere ancora una legge su questo tema anche se a guardare i dati è più che necessario avere un quadro legislativo di riferimento.

Come illustra Mimma Carta responsabile del Cadom di Monza, infatti nel corso del 2011 le donne accolte sono state 2782 di cui 1886 italiane e 763 migranti. Comparando i dati con quelli del 2000 (1233 donne con sole 29 migranti) si evidenzia che il fenomeno è in rapido aumento. Carta sottolinea che il costo sociale causato dalla violenza sulle donne è molto ingente e non riguarda solo le spese sanitarie direttamente connesse ma le ripercussioni che la violenza causa all’interno del nucleo familiare che si manifesta attraverso la depressione, l’impossibilità di mantenere un posto di lavoro stabile e le gravissime conseguenze sui figli.

A questo proposito si segnala che i figli accolti sono stati 3039 di cui 1870. L’intervento che i centri fanno da decenni sul territorio è un patrimonio inestimabile a favore delle donne perché consente di accompagnarle lungo un percorso che le liberi definitivamente dalla sottomissione e le renda consapevoli del rischio che stanno correndo evitando che si arrivi all’omicidio come segnala Marisa Guarneri di Casa delle Donne Maltrattate “ Si è iniziato a parlare di femminicidio alcuni anni fa per fermare gli omicidi. Quello che conta è capire quando le donne sono veramente in pericolo e che le donne abbiano gli strumenti per reagire. Questo ci ha consentire di arginare delle situazioni che sarebbero diventate omicidi. I centri antiviolenza anche senza le istituzioni, hanno svolto il loro ruolo ma è un dovere delle istituzioni affrontare queste tematiche e quando si sottraggono sono complici della violenza. Le istituzioni non si devono muovere solo se aumenta il numero degli omicidi. Noi non vogliamo essere complici per cui sabato alle 14,30 saremo in piazza della Scala per manifestare in modo deciso che questa mattanza deve assolutamente finire. Ci aspettiamo che soprattutto chi ha responsabilità istituzionali sia in prima linea con noi.”

Per saperne di più sulla manifestazione contattare i numeri: Ufficio Stampa per CADMMI

info@sciong.it

mangano@sciong.it

335254819

027531471