Il saluto delle donne a Vandana Shiva

Giovedì 16 maggio 2013 Cernusco, la nostra città, ha avuto l’onore di accogliere Vandana Shiva, ambientalista indiana notissima  nel mondo per il suo impegno sulle problematiche ecologiche e sociali dei nostri tempi.
Il suo intervento ha concluso il Convegno sul Progetto ‘Gjusti’ (Green Jobs Università Scuole Territorio Imprese), rivolto ai giovani studenti di alcune Scuole superiori della Martesana. Circa 160 ragazzi si sono impegnati in percorsi didattici, volti a conoscere nuovi profili professionali caratterizzati dalla sostenibilità ambientale e sociale, ed inoltre hanno realizzato progetti specifici coerenti.

Ma, afferma Vandana Shiva, per realizzare la green economy ed il cambiamento profondo di un’economia che finora ha aumentato le disparità sociali e rischia di distruggere il pianeta, sono necessari l’empatia tra esseri umani e natura, il rispetto della Terra, come alleata di uomini e donne nella loro vita quotidiana.

In questo contesto, le donne di due associazioni, il Gruppo UDI ‘Donnedioggi’- Cernusco e Martesana, e la L.U.D. (Libera Università delle Donne) hanno espresso a Vandana Shiva l’ammirazione e la riconoscenza per il lavoro che sta svolgendo da moltissimi  anni, sia per salvaguardare la Terra, sia per migliorare le condizioni e la considerazione delle donne di tutto il mondo.

L’ambientalista si è spesa infatti contro la logica patriarcale dell’esclusione e ha vinto il prestigioso premio Right Livelihood Award per “aver collocato le donne e l’ecologia al centro del discorso sullo sviluppo”.

L’incontro si è concluso con la rinnovata fiducia a Vandana Shiva e al suo carisma, capace di influenzare scelte che garantiscano equità e dignità alle donne, indispensabili al progresso di qualsiasi società.


Vandana Shiva a Cernusco il 16 maggio 2013

Tutto parla di voi

Tutto parla di voi – Dare voce al disagio nella maternità

Girovagando tra i vari siti internet alla ricerca di qualche ispirazione capita di imbattermi in un recente progetto in rete riguardante la maternità tratto dal film di Alina Marazzi Tutto parla di te, uscito nelle sale italiane a fine febbraio . E’ un film che racconta cosa succede quando si diventa madri, la trasformazione attraverso la quale passa ogni donna e alla quale nessuna può sottrarsi; un passaggio che qualcuna purtroppo subisce mentre da altre è vissuto con maggiore controllo.

Si tratta di una trasformazione inevitabile, perché il legame con il figlio che si è messo al mondo non ha eguali con nessun altro tipo di legame fin dalle prime ore ed è un cambiamento talvolta doloroso proprio perché definitivo. Il momento in cui si diventa madri è probabilmente il più delicato nella vita di una donna, quello in cui si è più fragili, indipendentemente dalla forza che si aveva prima. In Tutto parla di te si racconta quel sentimento in bilico tra l’amore e il rifiuto per il proprio bambino che alcune madri conoscono e la fatica che si fa ancora oggi ad accettarlo e ad affrontarlo, perché va contro il senso comune di un legame primordiale: quello appunto tra madre e figlio.

Dall’idea del film è nato appunto il web – documentario sopracitato Tutto parla di voi, visibile sul sito Il Fatto Quotidiano con il patrocinio dell’Osservatorio nazionale sulla salute della Donna (O.N.Da) , diviso in due parti di cui una più narrativa e una partecipativa nelle quali è prevista la possibilità per gli utenti di caricare e condividere contenuti personali sul tema dell’essere madri e padri approfondito in tutte le sue declinazioni.

Chi scrive sono donne alla prese con l’ambivalenza del sentimento materno, donne sospese tra il rifiuto di una nuova condizione, per di più irreversibile, e la paura di ammetterlo ma anche giovani madri alla prima gravidanza mosse da mille ansie nei confronti della nuova realtà che le attende ma al tempo stesse curiose di scoprirla.

E’ un progetto che vuole distanziarsi dalla figura idealizzata di mamma perfetta e tuttofare che spesso vediamo negli spot pubblicitari; è importante che una neomamma che si trova ad affrontare tutte le difficoltà della sua nuova condizione sappia che ogni problema, ogni sentimento contrastante che prova verso il proprio figlio, ogni senso di stanchezza e inadeguatezza sono normali e comuni a ogni altra mamma e possono essere spazio di confronto anziché di chiusura.

Dobbiamo sapere che in Italia sono oltre 90.000 le donne che soffrono di disturbi depressivi e di ansia nel periodo perinatale e il 70% delle madri manifesta nei giorni immediatamente successivi al parto sintomi lievi e transitori di depressione, in una forma chiamata “baby blues”, che tende a scomparire spontaneamente nell’arco di una decina giorni. Questi sintomi di passaggio però, se trascurati, nel tempo potrebbero trasformarsi in una forma di depressione post partum più grave, che colpisce in media il 16% delle neo mamme.

Non dimentichiamoci che nel nostro paese c’è ancora un grosso tabù riguardo alla depressione post partum che rende troppo grande il senso di colpa che accompagna la madre quando si ritrova a sentirsi quasi estranea davanti al proprio figlio e la meraviglia della maternità lascia il posto alla stanchezza.

Solo tenendo in considerazione questi dati possiamo comprendere l’importanza di un progetto che mette in primo piano le donne come madri aprendo una riflessione sui modelli con cui la donna deve confrontarsi e sui cliché che li accompagnano. La maternità non più descritta per lo più come condizione idilliaca e unico campo di piena realizzazione femminile ma finalmente svuotata da tutti gli stereotipi che non corrispondono poi alla realtà delle cose.

Tutto parla di voi è un luogo dedicato alle mamme, alle donne, e perché no, anche ai loro compagni di vita, in cui poter raccogliere storie e dare la possibilità di raccontarle sotto forme diverse: un video, una fotografia, un post o un semplice tweet. Un’esperienza di storytelling collettivo che cerca di dare voce alle mamme e blogger che già, grazie alla rete combattono i tabù e si aiutano a vicenda. Perché le donne quando fanno “rete” trovano le risorse per superare le proprie crisi, con una buona dose di coraggio, creatività e ironia.

Si crea quindi spazio vivo dove poter visualizzare luci e ombre della maternità, scambi di esperienze e di pensieri, anche quelli più scomodi. Insomma siamo di fronte ad un vero e proprio esperimento di narrazione collettiva, che trae ispirazione dalle dinamiche partecipative della rete, per raccontare la realtà, quella che ci riguarda da vicino, anche la più semplice e quotidiana.

Penso che raccontare e ascoltare storie siano bisogni fondamentali dell’uomo, e che le storie di altri aiutino a riflettere e comprendere meglio certi passaggi della propria di vita.

La nascita, il parto, i primi passi delle madri insieme a quelli dei loro bambini, sono per molto tempo rimasti esclusi dalle narrazioni,come fossero temi relegati allo spazio privato e intimo, quando non privati addirittura della parola stessa. Esclusi anche dal dibattito come fossero temi che riguardano solo le donne, anzi solo le madri, e magari gli addetti ai lavori (ostetriche, psicologi, pediatri, assistenti sociali e chi più ne ha più ne metta).

Ora si è aperto uno spazio dove lasciare parole e ricordi senza il timore di essere giudicati. Ricordare significa letteralmente “riportare al cuore” dunque il mio consiglio è quello di andare sul sito, lasciarsi rapire dalle storie altrui nelle quali magari vi capiterà di ritrovarvi e per un attimo ricordatevi di voi.

Silvia Di Pietro

Immagine: 'Girl in Despair'
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Cosa fa una doula

Doula sì, doula no? Nuove figure emergenti in Italia.

Nel Regno Unito e in generale nei Paesi nordici tutte le donne conoscono la doula, chiamata anche “mother assistant” per il fatto di venire assegnata dai Servizi sociali al momento della scoperta della madre di aspettare un bambino. Per le mamme italiane è invece ancora una figura nuova e tutto sommato sconosciuta alle più ma che gradualmente si sta diffondendo.

La parola “doula” viene dal greco, significa “ancella”e si riferisce ad una donna che presta servizio ad un’altra donna. Oggi possiamo definirla anche una mamma esperta che al fianco della neo mamma che vive un momento impegnativo ma certamente bellissimo come la nascita di un figlio la supporta collaborando con l’ostetrica e offrendo consigli pratici e sostegno emotivo.

Queste figure non hanno compiti specificatamente medici come il controllo del battito cardiaco o esami vaginali ma piuttosto utilizzano il massaggio, l’aromaterapia, suggeriscono posizioni, e forniscono consigli per favorire la normale progressione del travaglio. Una doula che si occupi dell’assistenza al travaglio di parto sta accanto alla donna sia che essa voglia partorire nella sua casa, sia che si rechi in ospedale o in una casa maternità, e rimane con lei fino ad alcune ore dopo la nascita.

Perché può essere importante?

In gravidanza è un punto di riferimento. Ascolta e sostiene emotivamente nelle decisioni da prendere, e nelle piccole e grandi crisi, costruisce una relazione empatica e di fiducia, che faccia sentire tutti i protagonisti dell’evento nascita a proprio agio, aiuta a cercare informazioni basate su evidenze scientifiche e può aiutare nella compilazione di un “birth plan” (Il Piano del parto) e aiutare a discuterne con il partner. Può inoltre rivedere con la mamma e aiutarla a personalizzare la preparazione al parto che ha seguito con un’ostetrica. E’ importante capire che non sostituisce il lavoro dell’ostetrica ma ne è il complemento! Può accompagnare alle visite ginecologiche, o agli esami significativi come l’amniocentesi ed eventualmente sostenere l’accudimento dei figli maggiori negli ultimi mesi di gravidanza e pianificare e organizzare il rientro a casa.

Differenze da non dimenticare!

La doula si occupa possibilmente in maniera continuativa del benessere della donna che diventa madre mentre l’ostetrica si occupa della salute della donna che diventa madre (idealmente conoscendola prima del parto e rivedendola dopo).

La puericultrice si occupa del benessere del bambino che nasce mentre l’Educatrice perinatale informa e trasmette alla mamma precise modalità di accudimento del bambino con un approccio educativo

La (il) ginecologa (o) si occupa della salute dell’apparato genitale della donna e invece la (il) pediatra dello sviluppo psicofisico dei bambini e della diagnosi e terapia delle malattie infantili.

Quanto tempo ci vuole per diventare una Doula?

Una riflessione seria non può che rispondere: tutta la vita! Alle doule non basta imparare il “saper fare”, gli elementi tecnici della professione (ed anche per quelli può volerci studio e impegno continui), le doule lavorano con il cuore e l’anima delle donne, sono presenti in uno dei momenti più intimi e delicati della loro vita, in situazioni in cui la loro presenza può fare la differenza tra un’esperienza di nascita positiva ed una negativa. Devono sapersi relazionare con le mille sfumature delle emozioni, con i non detti, con i problemi, con il dolore, con il passato delle persone che durante il parto spesso si può osservare come in trasparenza, occasione di grandi rinascite, o di “ritorni” dolorosi, ed infine ma è la cosa più importante: con la nostra impotenza. Le aspettative delle donne oggi sono sempre più elevate rispetto a quello che si desidera come “momento perfetto”, in cui tutto “deve” andare bene. Per la doula riuscire a mantenersi in equilibrio tra aspettative e realtà, tra i sogni e la materialità dell’evento, richiede un apprendistato duro, un atteggiamento aperto alla conoscenza di sé e alla crescita personale.

Come si diventa una doula?

Il più delle volte le migliori professioniste del settore sono donne che hanno già vissuto l’esperienza della maternità e comprendendone i disagi hanno scelto di mettere in campo la propria esperienza. Il requisito principale per intraprendere il ruolo di doula è dunque quello dell’esperienza che in questo caso è possibile raccogliere esclusivamente sul campo, tuttavia esistono diversi corsi di formazione solitamente della durata di 2 anni che specializzano ulteriormente la figura professionalizzandola.

Associazione doule Italia

Nata nel 2011, è  una rete di doule che promuove e tutela questa particolare figura professionale. Sul sito “Associazione Doule Italia” si possono trovare informazioni su come si diventa doule. Si possono anche leggere i racconti delle esperienze di mamme che hanno scelto di essere affiancate da una doula prima e dopo la nascita del proprio bambino.

Quanto si guadagna come doula?

Normalmente la Doula viene contattata da private che durante il periodo della gravidanza hanno necessità di un aiuto concreto e affettivo. Il modo migliore per farsi conoscere è dunque quello di mettere online la propria professionalità e lo si può fare in totale autonomia o semplicemente iscrivendosi ad una community di professioniste: la più nota sul web è www.mondo-doula.it e i guadagni sono naturalmente variabili e dipendono dalla professionalità della doula, dalle ore che sceglie di condividere con la mamma e con le necessità di ognuna.

Quanto costa per i genitori?

Gli incontri tra mamma e doula durano mediamente 2 ore e costano dai 40 ai 50 euro l’uno. Possono essere programmati o avvenire nel momento del bisogno, il problema però è che in Italia le spese non sono coperte dal Servizio sanitario nazionale come avviene in altri paesi. Per questo motivo è nata l’iniziativa Regala una doula! tramite l’Associazione doule Italia sul quale si possono trovare anche gli elenchi delle doule certificate.

Negli ultimi anni è un fiorire di corsi e iniziative e il passaparola tipico italiano funziona molto perché una donna che prende una doula poi la consiglia ad altre. Se più saranno le doule meno le mamme si sentiranno sole speriamo al più presto in un riconoscimento ufficiale della figura anche nel bel Paese!

Silvia Di Pietro

Image: 'Emily palpating Jiwon'
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Arteterapia bellezza e cura

artre2Ogni forma e colore sono giusti se c’è contatto con l’anima. Bellezza è corrispondenza alla propria necessità interiore. Beatrice Trentanove cita Kandinsky mentre racconta a cernuscodonna.it qual è senso della propria attività. Beatrice è arteterapeuta e promotrice dell’Associazione ArtTre di Monza, che organizza percorsi di arteterapia e laboratori espressivi e che da marzo a giugno propone il ciclo Creare e crearsi. Le tante vie per giungere a sé, con seminari e momenti esperienziali.

ArtTre è attiva sia nell’area del benessere che della prevenzione e cura del disagio, i due ambiti privilegiati dell’arteterapia.

Arteterapia e benessere

Nell’area del benessere, l’arteterapia è uno strumento di conoscenza di sé e del mondo interiore che può agire a livelli diversi. Aiuta ad esplorare la creatività, una dimensione fondante dell’essere umano che si può esprimere in tutto, anche ma non solo nella forma artistica. Il modo in cui creiamo è il modo in cui ci muoviamo nel mondo. La creatività è la possibilità di guardare il mondo con occhi nuovi.

L’arteterapeuta, spiega Beatrice, sollecita la persona a rimanere in contatto con il proprio sentire. La guida nella ricerca del materiale che più si adegua al proprio bisogno espressivo: tela e colori ma anche materiale di recupero e della natura.

Nella corrispondenza c’è armonia. Ecco perché chi si accosta all’arte-terapia è sempre qualcuno che ha bisogno di mettersi in ascolto di sé.

Ad ArtTre un corso può durare 4-5 incontri, e sono degli assaggi. Oppure può frequentare cicli più lunghi di 8-10 incontri. I gruppi sono formati da un minimo di 4-5 persone. I corsi ad ArtTre (come spesso accade) sono frequentati perlopiù da donne fra i 30 e i 60 anni, raramente uomini.

Questi percorsi, se pur brevi, lasciano il segno. Mai nessuna è venuta tanto per fare. Lasciano sempre tracce di riflessione. Possono sollecitare l’interesse verso il dialogo tra arte e mondo interiore. Come complemento della propria attività professionale, sono seguiti da educatrici e psicologhe.

Arteterapia e fine vita

Dicevamo anche dell’utilità dell’arteterapia nell’area del disagio. In questo caso l’arteterapeuta agisce nelle strutture (scuole, ospedali, servizi).

Beatrice ha lavorato per anni con persone all’ultimo tratto della loro vita, quando la malattia è incurabile ma la morte non è ancora sopraggiunta. E’ l’area di pertinenza delle cure palliative orientate ad alleviare e gestire il dolore fisico, emotivo e spirituale. Spiega Beatrice che

l’arte in questi casi è un momento di distrazione dalla vita ospedaliera, in cui non si pensa alla malattia. Può diventare un momento in cui la persona porta contenuti emotivi. Si entra in relazione di risposta creativa con la vita. Si può sollecitare la persona ad essere presente. Fare sì che vita e morte vadano insieme. Quando si avvicina la morte è ancora vita. E allora, che vita sia.

Il fine vita è un tratto di strada che spesso si svolge in un hospice: un ambiente più accogliente e familiare di quello  dell’ospedale. Beatrice opera oggi nella équipe multidisciplinare dell’hospice di Monza dopo aver fatto esperienza in altre strutture a Milano e Carate Brianza.

A volte agiamo attraverso il disegno e il dipinto, altre con la parola e il racconto. Ad esempio con persone anziane ho raccolto la loro testimonianza. Quando le persone hanno difficoltà motorie ho creato io per loro. Oppure si scelgono immagini insieme e attraverso la tecnica del collage costruiamo. Oppure usiamo la manipolazione dell’argilla.
I contenuti sono quelli dell’esistenza. Per qualcuno può essere la morte che si avvicina. E’ molto presente il rapporto con i famigliari. Se possibile si prendono in carico entrambi. Sono momenti che permettono alle persone di riavvicinarsi.

Arte e ricerca sul femminile

Madonna della PassioneAll’arterapia Beatrice intreccia un percorso artistico personale (iristerradiluna.it).

In particolare Beatrice è impegnata in una ricerca sul femminile, “non legata all’essere donna ma alla parte femminile dell’essere umano”. Una ricerca che Beatrice svolge anche conducendo gruppi di donne.

Le chiediamo come sia possibile definire il femminile fuori dal sistema di potere patriarcale che ha improntato la vita e le relazioni di donne e uomini per millenni e di cui ancora non abbiamo rimosso le fondamenta, agganciate nel profondo del nostro essere (maschi e femmine). Secondo Beatrice

la ricerca del femminile va al di là di un patrimonio culturale di eredità patriarcale. Con il femminile intendiamo il lato riflessivo, mentre il maschile è ciò che si rivela. Annick De Souzenelle, che ha reinterpretato la bibbia, ritraducendola, parla di “femminile dell’essere” “nel cuore del corpo la parola”.

Ass. arTre onlus è in Via Confalonieri 11/13  a Monza,  www.artre.org,  info@artre.org

 
Eleonora Cirant
Crediti immagini: ArtTre, Beatrice Trentanove
 
 

Settimana nazionale di prevenzione oncologica

La lotta al tumore comincia dalla prevenzione. Su questo tasto batte e ribatte la Lega italiana della lotta ai tumori, che in occasione della Settimana nazionale della prevenzione oncologica (dodicesima edizione) organizza da sabato 16 marzo una serie di iniziative e di appuntamenti per fare il pieno di salute tra le quali visite gratuite di diagnosi precoce oncologica, laboratori di cucina salutare e al ristorante piatti studiati per valorizzare una sana alimentazione.

Il tumore al seno rappresenta il 25% dei tumori che colpiscono il sesso femminile, con un’incidenza di 37.000 nuovi casi/anno in Italia, 1 donna su 10. Solo il 5%-7% dei tumori della mammella sono dovuti a fattori genetici riconosciuti e con un’adeguata diagnosi precoce le possibilità di vincere questo tipo di tumore sono altissime (fonte: legatumori.it).

La prevenzione si divide in primaria e secondaria.

E’ prevenzione secondaria, ad esempio, la mammografia per le donne e l’esame del PSA per gli uomini. Questi esami servono per la diagnosi precoce del tumori, rispettivamente del seno e della prostata. Secondo la Lilt

La diagnosi precoce di alcune patologie neoplastiche, grazie al perfezionamento delle indagini diagnostiche, permette di migliorare la prognosi della malattia (cioè le prospettive di vita della persona), favorendo il trattamento tempestivo che può condurre, in taluni casi, ad una riduzione della mortalità.

Con la prevenzione primaria si vogliono colpire le cause delle malattie, quali l’inquinamento dell’ambiente (aria, acqua, suolo), la cattiva  alimentazione, alcune sostanze utilizzate nei processi industriali. Se dal punto di vista medico la via è tracciata, la strada della prevenzione primaria, quella che va alle cause, è molto più complessa da affrontare, perché chiama in causa il piano soggettivo e il piano politico, gli stili di vita e le politiche ambientali.

L’importanza della prevenzione è spesso disattesa dagli italiani. Come emerge da una ricerca commissionata dall’Osservatorio della Sanità, il 43% degli italiani con più di 30 anni si occupa di questioni legate alla propria salute solo in presenza di un sintomo o di un dolore.

L’evento della Lilt interesserà le principali piazze italiane ed avrà l’obiettivo prioritario di educare la popolazione alla lotta attiva contro il cancro, attraverso uno stile di vita sano, che ha come cardini la prevenzione e la diagnosi precoce. Filo conduttore dell’iniziativa: l’educazione a una alimentazione corretta ed equilibrata, un alleato prezioso per mantenersi in buona salute.

MANGIARE BENE, FA BENE

Per l’occasione la Sezione milanese della LILT ha organizzato una serie appuntamenti aperti a tutti i cittadini: laboratori di cucina salutare, Piatti salutari in collaborazione con il Consorzio Cuochi e Ristoratori di Lombardia; visite gratuite di diagnosi precoce alla cute, al seno, al cavo orale e alla prostata sull’unità mobile in tour e negli Spazi Prevenzione LILT; stand con materiale informativo.

Ecco tutti gli appuntamenti nella zona di Milano e provincia

•    LA PREVENZIONE IN TOUR:
•    Visite gratuite alla cute, al seno, al cavo orale e alla prostata sull’unità mobile per cui NON è necessaria la prenotazione.
16 marzo MILANO- Via Luca Beltrami 10,30 / 19,30
20 marzo SESTO S. GIOVANNI – Via Fante d’Italia 10,00 / 13,30 – 14,30 / 18,00
•    Visite gratuite Spazio Prevenzione LILT fino ad esaurimento dei posti disponibili:
CERNUSCO S/N  – visita gratuita prostata (Via Fatebenefratelli 7 – Tel. 02 9244577)
•    LABORATORI  DI CUCINA SALUTARE- Imparare a cucinare negli Spazi Prevenzione scoprendo l’importanza della sana alimentazione e dei sapori naturali. La partecipazione ai laboratori è gratuita e su prenotazione obbligatoria via mail a: prevenzione@legatumori.mi.it
19 marzo CERNUSCO S/N           10,00 / 11,30 (Via Fatebenefratelli 7 – Tel. 02 9244577)
•    I RISTORANTI con i MENÙ della  SALUTE – Dal 16 al 24 marzo scegli i Piatti della salute nei ristoranti di Milano e provincia che aderiscono alla Settimana Nazionale per la Prevenzione Oncologica promossa dalla LILT. Per ogni Piatto della Salute ordinato, il ristorante donerà una quota alla Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori. Potrai così riscoprire i sapori della tradizione mediterranea e sostenere le attività di prevenzione della LILT. Con i Piatti della Salute le buone abitudini alimentari diventano ancora più buone.

Per informazioni su tutte le iniziative tel. 02 70603263 oppure visitate il sito www.legatumori.mi.it

Di Silvia Di Pietro

Lavorare con la sofferenza

Una riflessione sulle professioni di aiuto, di Silvia di Pietro. Come evitare il born out e come non farsi assorbire dalla sofferenza di chi stiamo aiutando.

Parlando con una amica che, proprio come me, si sta avvicinando alla fine del percorso universitario per essere proiettata in un futuro ad una professione di aiuto, mi dice del suo timore, la sua quasi reticenza (a mio parere più che giustificata) nei confronti della sofferenza e della prospettiva di una vita professionale accanto a chi nel dolore ci vive tutti i giorni, spesso senza troppe vie d’uscita.

Dico giustificata perché personalmente non credo a chi si è convinto di essere pronto a tutto, a chi dice di sapere già come affrontare qualunque situazione senza aver provato a riflettere nemmeno un attimo su quello che è il vero nocciolo del problema e non credo nemmeno a chi già si pensa assistente sociale, educatore, psicologo, mediatore e terapista tutto in una stessa persona ma non ha ancora sviluppato la più grande capacità che un operatore sociale possa avere: l’ascolto.

Tutte le professioni di aiuto implicano l’incontro con una persona sofferente in modo più o meno importante. L’incontro con l’altro è perciò un incontro con un altro fragile, bisognoso di cura e di attenzione, a volte malato, a disagio, in condizioni di inferiorità sociale, economica, fisica o di non autonomia. L’incontro con l’altro che soffre ci riporta alla nostra realtà psicologica personale e familiare, sia attuale che passata, e ci obbliga a considerare due elementi fondamentali: chi è il curante e perché ha scelto quella professione e come può fare il curante ad affrontare la sofferenza senza esserne travolto.

Il primo elemento ci spinge ad una riflessione, che è opportuno fare sempre nel nostro percorso, sulla storia personale di questa scelta. Come è nata l’idea di questa professione, cosa pensavo di fare, cosa poi ho fatto e ancora quali erano le mie aspettative, quali sono ora le mie condizioni, cosa mi aspetto dal mio lavoro, cosa mi piacerebbe che accadesse per migliorarlo, o meglio ho voglia di cambiare? Sono domande che non possono esaurirsi il giorno dopo la laurea e che ci servono a calibrare giorno dopo giorno il focus del nostro lavoro ed evitare di fossilizzarci su determinati aspetti tralasciandone altri.

Queste sono solo alcune tra le infinite domande che a volte si  pongono i curanti. Può anche capitare che il/la curante non sia consapevole delle ragioni profonde della sua scelta professionale e allora un eventuale malessere sarà proiettato all’esterno di sé con una operazione difensiva “classica” ma piena di pericoli. Tutti i meccanismi di difesa infatti hanno funzioni temporanee e se non sopravviene una modifica del proprio sé l’io è “costretto” ad aumentare l’intensità di tali meccanismi difensivi o di aggiungerne altri a quelli in uso con conseguente e probabile rottura dell’equilibrio psicologico.

Il secondo elemento ci conduce invece sul tema dei contenuti della professione. Ho deciso di fare questo lavoro, sono consapevole (o non sono consapevole) delle ragioni inconsce che mi hanno portato a questa attività ma ho delle domande, mi chiedo delle cose, oppure sono infastidito o stanco. Mi chiedo cosa posso fare per migliorare la mia professionalità, affrontare meglio il mio lavoro, il rapporto con i miei pazienti, vivere più serenamente la quotidianità.

Esiste poi un terzo elemento che complica le professioni di aiuto: si tratta di una dimensione  inconscia che spinge a strutturare il proprio lavoro in un modo piuttosto che un altro. La mia organizzazione  appare “razionale” ma comporta dei costi umani, delle sofferenze dei pazienti che io attribuisco alle necessità organizzative. Purtroppo le risorse sono quelle, gli orari sono quelli, la struttura è quella, e così di seguito.

Ma è proprio così?
Talvolta tali razionalizzazioni rispondono a un bisogno di difesa dall’ansia persecutoria e depressiva. E così accumulando si arriva ad una condizione chiamata “burn out”.  Burn out è un termine inglese che vuol dire tagliato fuori e che noi possiamo tradurre con : crisi, incapacità, mancanza di voglia, mancanza di iniziativa, depressione, pianto, voglia di cambiare, desiderio di essere aiutato, incapace di svolgere il proprio lavoro.

Cosa può rappresentare allora il nostro “salvagente” a cui aggrapparci quando ci sentiamo persi?

•    La formazione continua esterna, ma anche personale dell’ interessarsi, incuriosirsi, scoprire. La formazione come guida verso un percorso di cura di sé, in cui imparare ad osservarsi per capire quali sono di volta in volta i propri punti di forza e quelli di debolezza, e dove si impari a tracciare confini precisi fra il tempo in cui si può essere disponibili e quello in cui ci si mette da parte per prendersi cura di sé.
•    La supervisione di gruppo o individuale che ci permette di esternare quel mondo che anche involontariamente assorbiamo dai racconti delle persone , dai loro occhi, dalle loro case e che ci portiamo dentro. A volte sentiamo il bisogno di raccontare a nostra volta e la supervisione serve proprio ad avere uno spazio dove potersi confrontare con altre competenze e altre prospettive e dove sentirsi ascoltati. La fatica del lavoro di cura si fa insostenibile quando le difficoltà e le sofferenze si sedimentano dentro di noi senza che si abbia il tempo di pensare con altri la propria esperienza. Prima che la fatica arrivi ad un punto tale da impedire un agire sensato, occorre poter sospendere il proprio fare e mettersi in ascolto della realtà alla ricerca di nuove configurazioni di senso.

Anche nelle vite spezzate dove sembra non ci sia una strada del ritorno la forza è proprio nel riuscire a trovare una via secondaria, magari nascosta a prima vista, ma possibile. La via del vivere bene nonostante la sofferenza o imparando da essa.

La fiducia nel cambiamento e nella possibilità può essere agita anche di fronte alle situazioni che si presentano come i compiti più ardui. Mission impossibile? Chissà, l’importante è impegnarsi a trovare uno spiraglio laddove regna il buio, cercare il bandolo della matassa e iniziare a districarla.

La vera missione è trovare la giusta misura tra il distacco professionale e l’empatia cioè la capacità di co-sentire il vissuto dell’altro che è risorsa irrinunciabile, ma occorre imparare a gestirla, cioè sviluppare quella competenza dell’empatia che consiste nel custodire dentro di sé lo spazio di accoglimento dell’altro.

“ Niente ci rende così grandi, quanto un grande dolore “ diceva Alfred de Musset.
Concordi o meno con il poeta, sarebbe magnifico riuscire a compiere la nostra minuscola parte nel promuovere anche un lieve cambiamento nella sofferenza e non restare più a guardarla impauriti.

Silvia Di Pietro
 

Image: 'A small rumpled space, but his own.'
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Identità a termine

L’intreccio tra identità e lavoro è al centro di questo articolo inviato a cernuscodonna.it da Silvia Di Pietro, cittadina di Bussero e socia di InFormazione

IDENTITA’ A TERMINE

 Un futuro solido. È questo ciò che manca, ciò che viene negato costantemente a NOI giovani. E quando dico noi mi riferisco a chi studia sperando che l’ansia per gli esami e quelle nozioni accademiche possano servire un giorno a qualcosa, mi riferisco a chi ha lasciato gli studi dalle superiori per poi rendersi conto di aver commesso uno sbaglio e ha avuto la forza di ritornare sui suoi passi, mi riferisco anche a chi lavora e per arrivare ad uno stipendio deve dividersi in mille… almeno avesse il dono dell’ubiquità!!!

Certo, c’è chi riesce ad affermarsi, a costruire qualcosa di concreto, ma quanti sono in realtà?

Ogni giorno ci viene detto “Don’t be choosy”, ci viene chiesto di adattarci a qualunque condizione, senza badare se “questo o quello” è ciò che fa per noi. Ci viene detto che bisogna fare la gavetta, perché “ci sono passati tutti” ma questa gavetta per noi può durare una vita intera. Una condizione di indeterminatezza, di insicurezza sembra essere una costante nella nostra continua crescita e ricerca di autonomia lavorativa.

Sempre più sono i giovani che “scappano”, provano a intraprendere un cammino al di fuori del nostro Paese, spesso senza sapere a cosa realmente vanno incontro, a volte tornando a “mani vuote” o sopravvivendo per non deludere o essere delusi da quella che credevano essere “la nuova America”.

Viene costantemente negata la possibilità di affermare un’ identità lavorativa e personale. Così facendo però non si va a “violare” solamente la sfera economica di una persona, ma viene negato ciò che può rendere un’entità definibile e riconoscibile, lasciando la maggior parte dei giovani in un “limbo”, uno spazio indefinito nel quale vagano costantemente alla ricerca di una solidità.

L’introduzione del lavoro “atipico” in Italia ha prodotto notevoli mutamenti nel mercato del lavoro. Tali mutamenti non sono soltanto legati all’occupazione-disoccupazione, ma riguardano soprattutto il rapporto tra lavoratore e lavoro. Il mercato del lavoro contemporaneo sembrerebbe così includere anche il “Mercato della vita”. Si scambia, oltre alla capacità lavorativa, anche l’intera personalità del lavoratore. Sia che si tratti di precarietà oggettiva, legata alla situazione contrattuale, sia che si tratti di precarietà soggettiva, dovuta ad una percezione personale e alla costante paura di perdere il proprio posto di lavoro.

Ciò che viene proposto oggi è qualcosa di IMPOSSIBILE. Non si può pretendere che un neolaureato o un neodiplomato abbiano avuto esperienza quando il più delle volte c’è la necessità, o meglio l’obbligo di seguire lezioni senza avere possibilità di intraprendere nel frattempo un percorso lavorativo vero e proprio. E poi, perché quantificare l’esperienza? Non sarebbe meglio qualificare l’esperienza?

Credo che la questione sia ampiamente discutibile. Provate a pensare ad un’esperienza pluriennale di una persona che non ha fatto altro che svolgere lavori troppo scomodi per altri , che non ha avuto alcun modo di vedere effettivamente il lavoro per il quale avrebbe firmato un contratto. Ora, questa persona può definirsi ricca di una esperienza lavorativa? Io dico di no.

Riflettiamo insieme sulle modalità di ricerca di un lavoro. Internet, con la sua infinità di siti a cui rivolgersi (e spesso, direi anche troppo, gli annunci sono sempre gli stessi), ci sono poi le agenzie interinali, i giornali (ora praticamente non più consultati), il passaparola e, dulcis in fundo, le raccomandazioni.

I siti internet spesso traggono in inganno, non specificano la mansione, risultano essere così vaghi e non danno una sicurezza sulla ricezione del curriculum inviato. Nessuna risposta, non abbiamo neanche più l’umiliazione di sentirsi dire “Grazie, le faremo sapere”.

E sono proprio in questi siti che si inseriscono cosiddette agenzie, con “comprovata e pluriennale” presenza sul territorio nazionale e internazionale. Società fasulle che promettono lavoro, e lo danno è vero, ma non per quello per cui ci si è proposti. Sono delle vere e proprie truffe contro cui qualcosa sta iniziando a muoversi. Sono “società fantasma” che promettono di farti lavorare in una determinata posizione lavorativa e che in realtà poi si concretizzano come il classico venditore “porta-a-porta”.

Un altro punto su cui riflettere sono le pochissime possibilità di entrare a far parte di una realtà lavorativa piuttosto che di un’altra. Questo perché (così dicono) il mercato del lavoro è ormai saturo. Ma questa condizione a cosa è dovuta? I giovani ci sono … Direi di sì, ma non sono troppi quelli che sono “a spasso”? Quanti occhi pieni di entusiasmo vediamo uscire dalle università tenendo ben in vista la loro laurea lucente in mano e quanti di questi occhi vediamo poi spegnersi sotterrati da contratti indecenti di 15 ore settimanali, di un mese più possibilità di proroghe che non ci saranno mai, di possibile inserimento in azienda. Che vergogna! Sprechiamo talenti come niente fosse e poi ci lamentiamo perché il Paese rimane immobile, cristallizzato nelle sue stesse ferite.

La spiegazione di questa condizione la si trova facilmente: prolungamento dell’età pensionabile. O forse questa è una delle scuse utilizzate per coprire una mentalità radicata a fondo, quella italiana del clientelismo, di chi non lascia la poltrona fino all’ultimo e oltre, dell’Italia che manda avanti “il figlio di”, di un Paese che non vuole crescere e preferisce rimbalzare gravosi problemi dalla destra alla sinistra perché è più comodo così.

Queste dinamiche convergono tutte verso un punto focale e cioè la costruzione di una “identità a termine”. Un’identità che non può costruirsi fino in fondo, non permette di dimostrare le proprie capacità e le proprie qualità. Un’identità che rimane incompleta, tronca, mancante. Le porte sono sempre più chiuse in una società che si presenta vecchia, incapace di accogliere le novità e coltivare nuove forze lavoro (e non di sfruttarle e basta).

Silvia Di Pietro

Immagine: http://static.blogo.it/artsblog/give-me-five-6-marzo-23-giugno-2013-stadel-museum/o-arntz-holzschnitt.jpg

Prevenire e intervenire nelle situazioni di disagio: un’ottica di genere.

Servizi sociali e disagio femminile. Come mettere in luce l’insidioso patriarcato domestico ancora presente, il disagio relazionale nelle famiglie e quindi il rischio di violenza? Una riflessione dell’associazione InFormazione – Università Milano Bicocca, inviata a cernuscodonna.it da Silvia Di Pietro, cittadina cernuschese e socia di InFormazione

All’interno della variegata realtà dei servizi rivolti alle persone si sono diffusi, in particolar modo negli ultimi anni, servizi esplicitamente volti al sostegno della figura femminile, orientati per lo più dagli “studi delle donne”, i quali intervengono ponendo il loro focus specifico ai modelli di identità di genere e al loro evolversi.

Il disagio femminile si inserisce sempre all’interno di un conflitto tra una cultura sociale moderna che riconosce e valorizza il principio di reciprocità e complementarietà tra i due sessi ed al contempo il mantenimento di pratiche, sempre meno esplicite, di discriminazione della donna. Basti pensare alla dimensione professionale dove si tende a far prevalere un approccio di genere che possiamo definire “neutro” che in realtà nasconde spinte incoerenti e contrastanti con il principio di neutralità sopra citato.

Le donne hanno sviluppato una serie di consapevolezze e risorse che permettono di mettere in luce l’insidioso patriarcato domestico ancora presente, il disagio relazionale nelle famiglie e quindi il rischio di violenza. Indicatori empirici, a livello nazionale e oltre, fanno emergere uno stretto rapporto tra il valore dell’autonomia riconosciuto alle donne e il rispetto per l’identità femminile.

Occorre sviluppare nei diversi ruoli professionali la consapevolezza della differenza tra uomo e donna e la diversità dei due disagi, costruire strumenti di lettura del bisogno calibrati in relazione anche al criterio di genere che, ci tengo a specificare non sempre!, può essere fonte di problematiche.

Si tratta di costruire e promuovere luoghi fisici e simbolici dove programmare attività che abbiano lo scopo comune di riconoscere e valorizzare capacità e risorse femminili.

Gli interventi in tale direzione sono accomunati da diversi aspetti:

  • la contestualizzazione del disagio dei minori in relazione al disagio e alla svalutazione all’interno di nuclei familiari del genere familiare che pone la donna-madre in una condizione di subordinazione e svalutazione continua;
  • la consapevolezza pratica all’interno della fase di valutazione e progettazione dell’intervento della differenziazione del disagio ove questo sia legato alla svalutazione dell’identità del genere;
  • lo sviluppo da parte degli operatori di un atteggiamento autoriflessivo di rispetto alla cultura di genere.

Le azioni in tale direzione sono volte a sviluppare l’autostima del sé femminile ove rapporto tra autostima della madre e benessere del figlio è direttamente proporzionale, finalizzate al sostegno della maternità eliminando la categorizzazione della madre “cattiva”, promuovendo quindi la rielaborazione della maternità anche al di là dell’esito negativo della relazione madre-figlio.

La donna deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé. Solo allora non sarà più trascinata, ma trascinerà.

Crediti immagine:LYNN RANDOLPH - The Annunciation of the Second Coming
www.artwomen.org/gallery.htm

Sportello donna di Cernusco la proposta UDI

Pubblichiamo la proposta dell’UDI di Cernusco Donnedioggi per lo sviluppo dello Sportello donna, attivo a Cernusco sul Naviglio dal 2009. Il commento di Rita Zecchini, Assessora all’Educazione, Culture e Lavoro con delega alle Pari Opportunità:

La proposta è interessante: rilancia quello che  è indicato  nel programma della nuova triennalità  del Piano di zona che, come assessore alle pari opportunità, ho concordato con gli altri comuni, l’obiettivo di far diventare lo sportello un servizio di zona. E’ molto importante perché  tiene alta l’attenzione sulle funzioni  e l’utilità dello sportello: ovviamente tutto ciò valorizza proprio quello che sta facendo lo sportello di Cernusco.

Questo la proposta:

Siamo le donne del Gruppo UDI ‘Donnedioggi’ di Cernusco e Martesana.

Vogliamo rendervi partecipi, perché la diffondiate, di una proposta che ci sembra interessante e fattibile. Negli anni 2007 e 2008, come gruppo informale di donne attente al benessere di tutte le donne, abbiamo perseguito con tenacia l’apertura di uno Sportello DONNA, che è stato poi realizzato dal Comune di Cernusco sul Naviglio, a partire da gennaio 2009 . Qualche mese dopo ci siamo costituite in Gruppo UDI ‘Donnedioggi’-Cernusco e Martesana , e abbiamo accompagnato l’evolversi del servizio, in collaborazione con l’assessora alle Pari Opportunità.
In questi 3 anni e ½ di apertura, lo Sportello ha seguito decine e decine di donne cernuschesi, aiutandole ad affrontare piccoli e grandi problemi nell’organizzazione della vita personale, familiare, lavorativa e relazionale; si è rivolto in particolare a chi si trova in situazione di disagio personale, familiare, relazionale anche grave. I casi maggiormente seguiti riguardano: situazioni di violenze subite, separazioni, problemi legali, difficoltà psicologiche e relazionali, difficoltà nella ricerca di un lavoro. Attualmente lo Sportello, che ha sede nella palazzina del Comune in piazza Unità d’Italia, è aperto un pomeriggio alla settimana e tiene aggiornato un blog di informazione e consulenza:“Cernusco donna”. Una donna che voglia rivolgersi allo Sportello lo può fare attraverso il telefono o inviando una mail per appuntamento.

Dopo anni di servizio utile alla cittadinanza, noi donne dell’UDI ci siamo chieste: è possibile che questo Sportello possa essere di aiuto anche a donne di altri paesi della nostra zona?
Inoltre, perché non mettere insieme le già scarse risorse dei Comuni e pensare ad un servizio allargato, magari facendo riferimento al PIANO di ZONA ?

Una possibilità potrebbe essere quella che i 9 paesi del Distretto 4 ( Carugate, Cassina,Vimodrone, Bussero, Gorgonzola…) o alcuni di loro,oppure anche altri Comuni vicini, per es. Pioltello, maggiormente interessati, CONDIVIDANO con Cernusco (capofila del Piano di Zona) i servizi e le spese dello Sportello Donna, come già avviene del resto, per altri servizi (Sportello immigrati, Affidi ecc…).
Avremmo comunque un servizio per le donne più esteso sul territorio e probabilmente anche più efficiente dal punto di vista della spesa sociale dei Comuni.
Abbiamo voluto lanciare una proposta cui pensiamo da tempo. Che ne dicono i nostri Amministratori? E le Associazioni? E i cittadini?
Gruppo UDI ‘Donnedioggi’- Cernusco e Martesana
donnedioggi@tiscali.it

Crediti immagine: http://www.flickr.com/photos/50318388@N00/261222634
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Impatto della crisi economica sulle donne di Cernusco

L’Assessorato alle Politiche sociali del Comune di Cernusco sul Naviglio ha commissionato all’Associazione BLIMUNDE, nell’ambito delle attività dello Sportello Donna dalla stessa condotte, una ricerca di approfondimento della realtà cernuschese, esplorando l’impatto della crisi economica sulle donne, in quanto lavoratrici, madri, componenti delle famiglie.

Gli obiettivi posti nella ricerca sono di: a) conoscere le ricadute della recessione economica sulla “vita quotidiana” delle persone, delle donne, delle famiglie; b) aprire un focus specifico sulla recessione economica, sul lavoro/non lavoro femminile e gestione della maternità; c) rilevare i disagi, i nuovi bisogni e le possibili risorse.

Il presupposto della ricerca è che la crisi economica attuale è molto diversa dalle precedenti. Una delle differenze più rilevanti è che stavolta il peso della recessione è più uniformemente diviso tra donne e uomini, per i cambiamenti intervenuti nel tasso di occupazione femminile, nella composizione del budget familiare, e nella ripartizione dell’impatto della crisi tra i diversi settori dell’economia, con un più rilevante impatto, rispetto al passato, su quelli maggiormente femminilizzati. Ma tutto ciò rischia di restare nell’ombra, e non essere considerato nei programmi di policy contro la crisi.

Abstract della ricerca “crisi economica e territorio”