Viaggio nel Maine con Elisabeth Strout

Sia che torniate da un viaggio, sia che non abbiate avuto la possibilità di farlo, un libro vi porterà sempre da qualche parte. Vi farà conoscere qualcosa che neanche il miglior tour operator vi potrà garantire. Vorrei invitarvi a fare il viaggio che ho appena finito. Ne è valsa la pena. Non importa come ci arrivate, va bene anche il teletrasporto, ma visitate la provincia profonda del Maine grazie alle pagine di Elisabeth Strout. Tre romanzi, pubblicati in Italia da Fazi, tre piccole grosse gemme di letteratura e di umanità. Letti uno dietro l’altro, quasi per necessità. Leggi tutto

Donne senza figli, un libro

Ho preso in mano questo libro con interesse e sono arrivata all’ultimo capitolo con interesse inalterato: esperienza che non capita sempre, in particolare se si tratta di un saggio. E saggio questo testo lo è, non solo per il genere cui appartiene, ma per quanto vi si può trovare di riflessione introspettiva e utile per la vita, per la sua capacità di porre domande significative che avviano a un percorso di cui si può anche non intravedere la fine. Le risposte non sono tutto.

Cosa mi ha spinto a comprare questo libro, non appena è uscito? Il tema trattato, ovviamente, anche la conoscenza dell’autrice, ma soprattutto la voglia di cercare un confronto su una questione che ancora mi interroga, nonostante si sia chiusa per me la possibilità di scegliere la maternità: l’orologio biologico è scattato da un pezzo.

Eleonora Cirant dichiara nel capitolo finale di essere partita da un essenziale presupposto: “il personale è politico”. Potrà forse risuonare come un mantra per chi, come me, ha creduto nel femminismo, o essere un fastidioso slogan fuori moda per altri; una cosa è certa, coniato nei lontani anni ’70, conserva una sua indiscussa verità. Assumere questo punto di vista ha permesso all’autrice di usare un metodo efficace di ricerca, le ha consentito di affrontare la complessità del tema, con un esito a mio parere mai superficiale, mai astratto, ma “leggero” e profondo insieme, sapiente, cioè saggio, come ho già detto. Scrive Eleonora : “Scoprire che il personale è politico mi ha costretto a smontare le categorie di giudizio. Ha illuminato zone d’ombra. Mi ha spinto a riaprire i libri di storia e di filosofia e a rileggerli da un altro punto di vista. Mi ha offerto una chiave di lettura per decodificare il sapere, la lingua, le immagini, le abitudini, le situazioni …”. Potenza di uno slogan.

Nel libro si indagano le scelte di una generazione di donne, quella tra i trenta e i quaranta anni, non segnata da una presenza forte del movimento femminista, che dà per scontate opzioni impensabili trenta anni fa, che sperimenta il precariato come condizione esistenziale. Ne risulta un testo “cresciuto con un occhio alla pratica e uno alla teoria”, come si spiega nell’introduzione. Il lavoro che è stato fatto è davvero serio, come emerge anche dalle citazioni e dai riferimenti bibliografici di tutto rispetto.

Accanto ai concetti espressi da psicanaliste, sociologhe, letterate e saggiste, trovano una collocazione importante le testimonianze di donne comuni che riflettono nel “cerchio delle amiche” e raccontano le diverse emozioni ed esperienze. Confesso che mi ha fatto piacere sapere che la giovane autrice si presenta come femminista e non solo quando intende provocare una reazione, come racconta nello spiritoso capitolo” Soft-femminismo” che chiude il libro e che, sarò di parte, mi sembra dare un significato pregnante a tutte le altre pagine.

L’interesse con cui ho letto le storie di queste giovani donne, nasceva anche dal desiderio di confrontarmi con la generazione del post-femminismo. Forse ero ansiosa di costatare che non tutto è andato perduto, anche se cosciente della loro libertà di scoprire strade nuove, magari discordanti da quelle che noi avevamo trovato, di maturare convinzioni differenti. Le nostre affermavano la possibilità di non identificarci come donne nel ruolo monolitico materno, riflettevano il bisogno di aprire le porte al conflitto ridiscutendo ruoli e destini scritti da altri per noi, esprimevano la necessità di smontare pregiudizi e retoriche. Mi sono riferita più volte al capitolo sul femminismo, non entro nei contenuti delle altre parti del libro, aggiungo solo che nessun aspetto è stato trascurato.

La ricerca si è avvalsa di dati statistici aggiornati, ma non si è soffermata troppo sui numeri, si è occupata di indagare le scelte di queste donne a partire dall’analisi del desiderio di maternità, quello ambivalente e quello inappagato, nel continuo confronto con le condizioni reali del vivere: soldi, casa, lavoro, senza ignorare condizionamenti, tabù e conflitti. Ho apprezzato l’ironia e la vivacità del linguaggio, il ricorso a metafore inedite, i rari e divertenti consigli, il coraggio nell’affrontare le ombre. Mi sono piaciuti la dedica e il ringraziamento dell’autrice ai suoi genitori.

Ho trovato molti aspetti positivi in questo libro, forse manca quell’organicità che qualcuno potrebbe aspettarsi da un piccolo trattato, ma mi ha convinto soprattutto la capacità di dire con libertà l’indicibile, di svelare le ombre, di denunciare i luoghi comuni. In una pagina Eleonora Cirant dichiara di aver voluto dare “… un piccolo contributo alla causa per abolire la maternità come ideologia e istituzione e a favore della maternità come esperimento”. Se questo era l’intento, mi sembra riuscito.

Credo che la lettura di questo libro, a dispetto del titolo apparentemente scoraggiante, “Una su cinque non lo fa”, possa essere utile alle donne che invece lo vogliono fare in modo consapevole. Mettere a fuoco le strettoie tra libertà e costrizione, ragionare insieme sul valore e il senso, aiuta la scelta, qualunque essa sia.

Rosaura Galbiati

28 giugno 2012

Siamo uomini non elefanti

Parlare di un libro molto spesso vuol dire parlare d’altro. Quindi partiamo dalla fine: è la crisi, ormai pesante, del patriarcato a rendere così stringente il bisogno di pensare la paternità? E che ruolo ha tutto ciò nella barbarie sentimentale che porta alla ormai quotidiana mattanza di donne e figli da parte di mariti, amanti, padri?

Marco Missiroli è uno scrittore soltanto trentenne, con alle spalle tre libri importanti e la vittoria al Premio Campiello opera prima nel 2006. A febbraio è uscito il suo quarto libro per l’editore Guanda, Il Senso dell’elefante. Un libro pensato, scritto e riscritto, che ha voluto tre anni di lavoro.

Libro molto bello, scritto benissimo, avvolgente, con uno svolgimento quasi da giallo, dove gli elementi della trama e dei personaggi si svelano poco a poco fino all’overture finale.

Libro molto al maschile o quasi, abitato dalle questioni che inquietano le relazioni e i sentimenti di oggi: l’amore in ogni sua declinazione, la paternità, biologica e no, la famiglia, anche la malattia e la morte. Si potrebbe dire che Missiroli ha voluto mettere troppa carne al fuoco, ma sicuramente non l’ha bruciata.

Lo scenario oscilla tra Rimini e Milano, luogo natio la prima e luogo d’elezione la seconda per Missiroli, descritte in maniera inusuale. Il protagonista è Pietro, un ex sacerdote che sceglie di diventare portinaio in un piccolo condominio milanese. Un uomo taciturno che entra di nascosto in un appartamento alla ricerca di qualcosa. E’ da questo enigma che si chiarisce la matassa del passato e si dipana il disegno del presente, con un coro di personaggi di grande spessore umano.

Cos’è il ‘senso dell’elefante’? E’ quello per cui il maschio dell’elefante, in caso di pericolo, difende strenuamente tutti i figli del branco, i suoi ma anche no. E’ questo l’esplicito messaggio del libro, è questo lo sviluppo della trama. In un dialogo si introduce la differenza tra ‘amore minimo’ e ‘amore massimo’, ossia ‘difendere l’amore per una sola persona’. Il finale, da non svelare, è spiazzante, ma assolutamente in sintonia con l’assunto precedente.

Ho letto il libro in pochi giorni, ho abbandonato con commozione e dispiacere le sue pagine. Ma mi sono bastate alcune ore e mi sono detto: no, non sono d’accordo.

No, non doveva andare così. Nessun problema, anzi: un libro, un’opera d’arte in generale, che voglia dire qualcosa non ha lo scopo di dare risposte morali ai suoi lettori, neppure di rispecchiare i veri valori dell’autore. Ha la responsabilità di porre le giuste domande e di farci navigare nel mare della riflessione per cercare un attracco.

La sensazione è che per quanto ammirevole sia il senso dell’elefante, per quanto sia meritevole aspirare all’amore massimo, tutto ciò possa contenere dentro di sè alcune semplificazioni che possono letteralmente diventare mortali.

Il problema è che la nostra natura di esseri umani, gettati nella contemporaneità, è forse più complessa delle dinamiche di una comunità di elefanti. Che l’Altro è comunque altro, che un figlio, di sangue e/o per anni di cure, è un’altra cosa da noi. Che il nostro passato, che sia del tutto passato (ma ciò che è stato è comunque stato) o che duri da anni, non lo puoi tagliare come un nodo. Il problema è che i conflitti non li puoi risolverli negandoli, ma solo attraversandoli, cercando di costruire nuovi piani, anch’essi provvisori. Che la sofferenza passata non si redime con altra sofferenza. Che la ricerca della felicità è questo lavorio personale e condiviso, e che la felicità è forse trovare un buon approdo, per quanto momentaneo.

Mi sono accorto che ho parlato poco del libro, ma ho cercato di spiegare perché dovete leggere questo libro. E’ pure candidato al prossimo Premio Campiello. Se la vittoria potrà aumentarne i lettori, ben venga.

Giorgio Latuati, Direzione Biblioteca civica ‘L. Penati’

La ricerca della felicità nella lettura di Jeanette Winterson

Ci sono titoli che, oltre che belli, sono anche cartine al tornasole. Uno di questi è Perché essere felice quando puoi essere normale?, l’ultimo libro di Jeanette Winterson (Mondadori 2012). Titoli che fanno sentire subito in sintonia o, al contrario, ti indispongono. Il punto di domanda chiede di prendere posizione, non solo verso le pagine, ma anche e soprattutto su se stessi .

Che significa essere felici? E essere normali? Le due cose possono andare in parallelo? Comunque la ‘pensiate di pensarla’ per l’autrice le due cose non vanno assieme, per lei non è esistita una ‘normale felicità’ e neppure una ‘felice normalità’.

Il libro in questione è una biografia narrata, che ‘esplicita’ temi e vicende romanzate nei suoi libri, e soprattutto nel suo fortunato esordio del 1985 ‘Non ci sono solo le arance’, grande successo di pubblico, vincitore di premi e trasformato in un serial televisivo, premiato anch’esso.

Jeanette è stata abbandonata dalla sua madre biologica e adottata da una famiglia composta da un padre indifferente e annichilito da una moglie bigotta, esagerata e a volte feroce. La sua infanzia, dopo i tentativi fatti, come ogni figlia/o per adeguarsi alla ricerca dell’amore materno, diventa una lotta per affermare se stessa.

Uno dei primi mezzi per liberarsi sono i libri, nascosti sotto il cuscino, letti alla luce di una torcia elettrica nelle notti passate sui gradini fuori casa o nella carbonaia, relegata dai castighi della madre, che una volta scoperti li da alle fiamme. Libri presi in biblioteca, che per la Winterson è “il luogo dov’ero stata più felice” (cosa vi succede quando, scorrendo le pagine, vi trovate di fronte a una frase che vi ‘racconta’ così chiaramente?), dove il metodo Dewey rappresenta per lei un momento di ordine e sicurezza a cui appigliarsi. Una voracità di lettura, che più tardi diventerà necessità di scrittura.

Credo nei racconti e nel potere delle storie perché ci permettono di parlare una lingua sconosciuta. Non veniamo ridotti al silenzio… Io avevo bisogno delle parole perché le famiglie infelici sono cospirazioni di silenzio.”

Il secondo potente mezzo per liberarsi e conoscersi è la passione amorosa, rivolta da Jeanette verso il proprio sesso, cosa che attirerà le ire non solo della madre, ma anche di parte della comunità (non di tutta). Tutto ciò le darà la forza di andarsene presto di casa, prima vivendo in una scassata Mini presa in prestito e poi andando al college a Oxford.

Nel racconto vi è poi uno iato di decenni fino ad arrivare a una Jeanette adulta scrittrice affermata, che si sente pronta a cercare la propria famiglia naturale. Arrivando a una specie di happy end, sorprendente e ambivalente come succede nella ‘vita vera’ e che fornisce la forza per redimere le sofferenze passate. Cosa sarebbe stato senza di esse, cosa ne sarebbe di quelle parti di sé di cui ora va orgogliosa?

Cercare la felicità, io l’ho fatto, e lo faccio tutt’ora, non equivale a essere felici… quello che cerchi è il significato… ci saranno volte in cui andrà così male che sopravviverai a malapena e volte in cui capirai che sopravvivere a malapena secondo i tuoi parametri è meglio che vivere una pomposa vita a metà secondo i parametri degli altri.”

La Biblioteca pubblica di Cernusco S/N

Blanche e Marie tra scienza e passione

Testo di strana bellezza, sospeso tra romanzo e ricostruzione storica, questo Il Libro di Blanche e Marie, edito da Iperborea. Scritto da Per Olov Enquist (nato nel 1934 in Svezia), va a scandagliare l’animo di donne che sono state protagoniste, più o meno riconosciute, del passaggio di secolo tra l’800 e il ‘900, un periodo che ha visto l’apice dell’ottimismo scientifico e l’inizio della messa in crisi di una ragione che vedrà il suo apice sociale nel lago di sangue della Grande Guerra.

Blanche

La vicenda si svolge a Parigi, protagoniste la giovane Blanche Wittman, conosciuta come “regina delle isteriche”, paziente preferita del professor Charcot (maestro di Freud) alla Salpêtrière, ospedale per malati di mente, poveri e prostitute, e divenuta dopo la guarigione una delle assistenti di laboratorio di Madame Curie, la scienziata vincitrice di due Premi Nobel.

Ridotta a un torso dalle ripetute amputazioni rese necessarie dalle lesioni causate dalla radioattività, Blanche scrive febbrilmente con l’unica mano che le resta il Libro delle Domande, una sorta di diario intimo sulla natura della passione, per scoprire “la relazione tra il radio, la morte, l’arte e l’amore.”

Nel diario, e nel romanzo di Per Olov Enquist che finge di attingervi, la storia di Blanche e del suo sentimento per Charcot (che sostiene di aver “ucciso” con la sua passione), si intreccia con quella di Marie Curie e dei suoi amori: il marito Pierre, l’amante Paul Langevin, la scienza, la Polonia, il radio con la sua misteriosa e mortale luminescenza bluastra.

Marie

Marie Curie non viene raccontata al colmo dei suoi successi accademici, ma nell’attimo in cui la sua vita viene travolta e annientata dalla passione amorosa per il giovane collega Langevin, a sua volta sposato e padre di famiglia.

In anni di profonde contraddizioni, tra i primi tentativi della scienza moderna e gli ultimi resti di una percezione “magica” del mondo, le figure di Blanche e Marie, due donne “tradite dall’amore” si intrecciano cercando di penetrare, attraverso la passione amorosa, quel “continente oscuro” che è la vita stessa.

Con loro anche Jane Avril, anche lei internata alla Salpêtrière, anche lei scossa dall’energia profonda del sintomo isterico, segno di un desiderio imprigionato nel corpo, la cui natura tanto ha affascinato i migliori psichiatri (maschi) di quel tempo e a cui Freud ha cominciato a ‘dare parola’. Questa energia Jane poi la riversò nella danza, diventando una delle più famose ballerine del ‘Moulin Rouge’, immortalata per sempre dai ritratto di Tolouse Lautrec.

Jane

Intanto le donne cominciavano a prendere pubblicamente parola: è di quel periodo la lotta delle suffragette inglesi per il diritto al voto e non solo. Nel libro di Enquist si racconta di quando Marie Curie, per fuggire allo scandalo fuggì a Londra trovando rifugio a casa di una di queste donne. La descrizione della lotta nelle strade, dei digiuni volontari in carcere e della loro sorellanza esaltano la differenza che tra l’espressione inconsapevole e individuale di bisogni e diritti con la sofferenza psichica e i sintomi e la consapevolezza collettiva.

E’ quindi un libro di donne, dove gli uomini ci sono, ma sono vili e timorosi o moribondi. A sottolineare il fatto che non è certo il potere pubblico a salvarti dal desiderio di sapere e vivere ‘il segreto più profondo dell’amore’ .

Le immagini ufficiali ci mostrano una Marie posata scienziata di successo, una Blanche spossata dopo ‘l’estasi’ del sintomo isterico e Jane che danza il can can.

Enquist ci racconta, quanto reali e quanto inventate poco importa, le storie nascoste dalla Storia, restituendole carne, sangue e anima.

Per Olov Enquist
Il libro di Blanche e Marie
Traduzione dallo svedese di Katia de Marco
Postfazione di Dacia Maraini
Iperborea, 2006
pp. 264 ; € 15,00

 La Biblioteca pubblica di Cernusco S/N

Scrittrici italiane e letteratura per infanzia

La letteratura per l’infanzia raccontata da tre scrittrici di successo italiane, è la seconda proposta di aprile della biblioteca di Cernusco, che con il post precedente ci aveva suggerito un elenco di libri per ragazzi e ragazze su sesso e genere.

Gli esordi della letteratura per l’infanzia risalgono al XVII secolo e sono legati alla crescente diffusione della stampa. Le nuove dottrine di pedagogia sottolineavano la necessità di munire i libri destinati all’infanzia di “figure”per facilitare la comprensione delle parole.

Con Perrault e la nascita della letteratura fiabistica (1697) si allontanano le estreme manipolazioni moralistiche, e ci si concentra sul valore pedagogico della storia.

Il bambino diventa protagonista grazie alla sua creatività fantastica perennemente attuale.

Intorno alla metà dell’ottocento si riconosce il bambino come tale, e non più come” piccolo uomo”, di conseguenza, nel pieno del romanticismo le fiabe diventano testimonianze del reale(Fiabe per bambini e per famiglie 1812-22 dei fratelli Grimm), oppure nelle raccolte di H.C. Andersen (1835-72) si affianca alle piccole cose da interno borghese, un nuovo linguaggio simbolico (La piccola fiammiferaia).

Questo rapido excursus storico ci permette di concentrare la nostra attenzione nel periodo storico che va da metà ottocento ai giorni nostri.

Sarebbe complesso intraprendere il discorso in maniera ampia, pertanto citiamo solo L.M. Alcott (Piccole donne 1868-69) e A. Lindgren (Pippi calze lunghe 1945). Entrambe le scrittrici si sono distinte per l’originalità e lo spirito innovativo dei loro racconti, tanto da diventare esempio per gli autori e autrici per l’infanzia negli anni successivi.

Arrivando ai giorni nostri, parliamo di Nicoletta Costa, Elisabetta Dami, Bianca Pitzorno.

Non è stato semplice individuare solo tre nomi in quanto il panorama letterario è estremamente vasto; come scelta ci siamo soffermate su tre autrici italiane contemporanee e sul gradimento espresso dai nostri piccoli lettori.

Nicoletta Costa

Partendo dai piccoli iniziamo a parlare di Nicoletta Costa.

Nata a Trieste nel 1953 vive e lavora nella stessa città , laureata in architettura scrive e illustra i testi. Il suo tratto è semplice, essenziale, facilmente riconoscibile i bambini amano i suoi disegni e riescono facilmente a imitare.

Tra i suoi personaggi famosi ricordiamo Giulio coniglio un coniglietto timido e generoso con una passione per le carote.

La Nuvola Olga vive nel cielo, parla con il sole Apollo e la luna Giovanna, gioca con gli uccellini e, all’occorrenza, lascia una piccola pioggia per lavare una pecorella che si è sporcata, o far bere un girasole.

La maestra Margherita è un altro personaggio amato da grandi e piccini… è una maestra insolita distratta e disordinata che ha bisogno delle attenzioni dei suoi bambini che si dimostrano saggi e protettivi.

Nicoletta Costa ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti internazionali: gli ultimi due per il personaggio Giulio Coniglio.

1986 Premio Catalonia d’Illustraciòn (Barcellona)

1988 Premio Golden Pen (Belgrado)

1989 Premio Christian Andersen

1994 Premio Christian Andersen

2002 Premio Grinzane Junior

2010 Premio Christian Andersen

Elisabetta Dami

Il personaggio di Geronimo Stilton lo dobbiamo a questa autrice, per anni si è nascosta dietro uno pseudonimo, ma lo scorso anno si è celebrato il decennale del suo successo ed è uscita allo scoperto. I suoi libri hanno venduto 50 milioni di copie nel mondo, di cui 20 milioni in Italia, tradotti in 35 lingue, in 150 paesi, ha conquistato le classifiche americane.

Elisabetta Dami nasce nel mondo dell’editoria, figlia dell’editore Piero Dami cresce respirando l’ambiente dei libri. Il successo del topo giornalista investigatore, arriva appunto 10 anni fa alla Fiera del libro di Bologna dove con un efficace lancio pubblicitario Stilton cambia casa editrice passando dalla Dami alla Piemme che riesce ad esaltarne le caratteristiche.

Ma a cosa è dovuto il successo dei suoi libri? I libri di Stilton sono trasgressivi, riescono a far convivere fumetto e racconto, è presente una grafica particolare dove la parola CALDO è scritta in rosso e FREDDO in azzurro trasparente, RUMORE invade la pagina, BISBIGLIO è evanescente.

Gli esperti della cultura dell’infanzia non sono benevoli nei confronti di Geronimo, che sicuramente ha il merito di fare avvicinare molti bambini alla lettura.

Le storie di Stilton sono autobiografiche, l’autrice vanta anche il brevetto di paracadutista e pilota. Oltre ad essere avventurose, fanno riferimento alla vita quotidiana ai problemi sul lavoro, altre storie fanno riferimento alla grande letteratura, non trascrivono i classici ma li rivivono alla propria maniera. Nelle “grandi storie” Heidi, Peter Pan e persino l’Odissea sono riletti in chiave topesca. Le storie portanti sono nella serie “storie da ridere”oltre settanta titoli dove un libro tira l’altro. In televisione sono approdati i cartoni animati di Geronimo Stilton e in edicola è uscito lo scorso settembre un” Focus Geronimo Stilton”. Sicuramente lo sguardo di Elisabetta Dami ha colpito nel segno andando incontro a quelli che sono i gusti e le esigenze dei bambini in età scolare.

Bianca Pitzorno

Concludiamo questo nostro breve percorso su questi personaggi al femminile contemporanei parlando di Bianca Pitzorno. Nata a Sassari nel 1942,vive e lavora a Milano. Laureata in lettere antiche a Cagliari si trasferisce a Milano per frequentare la scuola Superiore delle Comunicazioni Sociali dove si specializza in cinema e televisione. Collabora con la Rai, tra i suoi programmi più conosciuti troviamo Chi sa chi lo sa? Dirondolando e L’albero azzurro.

Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 1970 e dal 1977 fa la scrittrice a tempo pieno. I suoi romanzi sono rivolti perlopiù a ragazzi tra i 10 e i 14 anni.

Tra i suoi libri ricordiamo Ascolta il tuo cuore. In classe la nuova maestra viene soprannominata Arpia Sferza. Ogni giorno nella 4D succedono delle vere e proprie battaglie, amori, tradimenti… settantatrè capitoli da leggere tutti di un fiato oppure da gustare uno per uno con calma.

La bambina col falcone: ancora in fasce la piccola Melisenda, secondogenita di un falconiere al servizio di Federico II, riceve un segno del destino sotto forma di un grande uccello rapace che si posa sulla sua culla…

Nel libro La voce segreta,come nei i due precedenti è chiaro un contatto tra passato e presente, tra realtà e fantasia. Cora deve andare a scuola tra un anno, ma è già in grado di fare da baby sitter a due fratellini gemelli appena nati, e grazie a misteriose ricette magiche riesce a fare spuntare ali segrete sulla schiena di uno dei bambini…

Non possiamo non ricordare l’esilarante L’incredibile storia di Lavinia: in un freddissimo Natale milanese ai giorni nostri, Lavinia è una piccola fiammiferaia e,come da copione è sola al mondo e sta per morire di freddo e di fame. A salvarla arriva in taxi una fata che le regala un anello magico. Nel libro La casa sull’albero due amiche decidono di abitare in cima ad un albero. Inutile dire che si tratta di un albero fantastico popolato da strani personaggi.

Bianca Pitzorno oggi è considerata la più grande scrittrice per ragazzi ha ottenuto diversi riconoscimenti e i suoi libri sono tradotti in Francia Germania Spagna. Ha pubblicato un solo libro per adulti, ma più di trenta per ragazzi.

Abbiamo compiuto questo rapido percorso nella letteratura per l’infanzia vista con uno “sguardo al femminile” cogliendo quelli che sono i gusti e, di conseguenza i suggerimenti dei lettori della sala ragazzi. Sicuramente il nostro viaggio è stato breve perché potevamo citare anche Beatrice Masini, Silvana De Mari, Silvia Roncaglia, Lia Celi, Francesca Lazzarato, Anna Lavatelli, Paola Zannoner. Non abbiamo per nulla citato le autrici straniere, tante donne che hanno scritto e che scrivono per i nostri ragazzi… Non ce ne vogliano!

A cura della biblioteca pubblica di Cernusco sul naviglio

Sesso e genere letture per ragazzi e ragazze

Le nuove proposte della biblioteca pubblica di Cernusco si rivolgono, questa volta, alle giovani lettrici e ai giovani lettori e ai loro genitori. Un elenco di libri per riflettere, da leggere e far leggere a bambini e ragazzi sull’identità.

Sex e gender / sesso e genere

Tradizionalmente gli individui vengono divisi in uomini e donne sulla base delle loro differenze biologiche. Nel sentire comune, infatti, il sesso e il genere costituiscono un tutt’uno. Gli studi di genere propongono invece una suddivisione, sul piano teorico-concettuale, tra questi due aspetti dell’identità:

Il sesso (sex) costituisce un corredo genetico, un insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici che producono un binarismo maschio/femmina;

il genere (gender) rappresenta una costruzione culturale, la rappresentazione, definizione e incentivazione di comportamenti che rivestono il corredo biologico e danno vita allo status di uomo/donna.

Il genere è un prodotto della cultura umana e il frutto di un persistente rinforzo sociale e culturale delle identità: viene creato quotidianamente attraverso una serie di interazioni che tendono a definire le differenze tra uomini e donne.

In sostanza, il genere è un carattere appreso e non innato. Maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa.

I consigli della biblioteca

Da 0 a 9 anni

La principessa birichina, B. Cole
La principessa Birichina non ha nessuna intenzione di sposarsi e preferisce continuare a vivere in assoluta libertà al castello con la Regina madre e i suoi piccoli amici.

E con Tango siamo in tre, J. Richardson

Roy e Silo sono due pinguini molto speciali. Sono due maschi, ma hanno sempre fatto tutto insieme. Giocano insieme, camminano l’uno accanto all’altro, cantano insieme… Un giorno il custode dello zoo li vede e capisce che si vogliono bene. Gli dispiace però che non possano covare le uova come tutti gli altri: perché non dare a Roy e Silo l’uovo che Betty e Porkey hanno abbandonato?

Se io fossi te, B. Cole R. Hamilton

Se io fossi te… Al momento di andare a letto un papà e la sua bambina giocano a scambiarsi i ruoli. E così il papà finisce sul passeggino, vestito con un tutu rosa, a giocare al parco o allo zoo.

Quante famiglie, Pico Floridi

Un albo illustrato da Amelia Gatacre, che invita i bambini ad accostarsi all’idea di famiglia, uscendo dagli schemi rigidi entro cui è difficile far stare rinchiusa la materia umana degli affetti.

Piccolo uovo, F. Pardi, Altan

Piccolo uovo non vuole nascere perché non sa dove andrà a finire. Parte allora per un viaggio che lo porterà a conoscere i più diversi tipi di famiglia: Altan presta la semplicità del suo mondo felice per raccontare come ognuna di queste possa essere un luogo meraviglioso in cui crescere.

Beniamino, M. Chambelain

Un bel giorno il pinguino Beniamino si sveglia ed è… rosa! Che tragedia! Cosa penseranno i suoi compagni di scuola? C’è una cosa sola da fare: fuggire in Africa per unirsi a uno stormo di fenicotteri?!

Dai 10 anni

Extraterrestre alla pari, B. Pitzorno

I genitori adottivi del danebiano Mo, di cui è impossibile appurare se sia un ragazzo o una ragazzina, non sanno che pesci prendere. E Mo, per cercare di compiacerli, interpreta a turno l’uno e l’altro ruolo, in una commedia dei sessi che assume aspetti a volte esilaranti, a volte tragici.

La casa sull’albero, B. Pitzorno

Aglaia va ad abitare insieme a Bianca, un’amica grande, capace di incredibili prodezze, in cima a un fantastico albero sul quale crescono frutti di ogni genere.

Dai 14 anni

Joe e basta, John Howe

Joe Bunch si tinge i capelli, vorrebbe portare un orecchino e farsi un piercing, si mette lo smalto sul mignolo della mano ed è innamorato di Colin, un suo compagno di scuola che di lui dice: “Vorrei poter essere come te” …

Oh, boy!, M. Aude Murail

Tre bambini rimasti orfani, vengono contesi per l’affidamento tra un fratellastro gay e un po’ squinternato e una sorellastra borghese e autoritaria, la cui competizione mette in luce in chiave spesso divertente e mai superficiale antichi e mai sopiti stereotipi.

Era così diverso, Anne Fine

Ames, pur se in forma anonima, restituisce agli anziani vicini lo gnomo di ceramica che aveva sottratto anni prima dal loro giardino: è il primo di nove racconti di adolescenti.

Billy Elliot, Melvin Burgess

Billy è un ragazzo di undici anni che scopre di avere un grande desiderio: diventare un ballerino. Il padre e il fratello maggiore, entrambi minatori vita, sognano per il piccolo Billy un futuro da duro e lo iscrivono al corso di boxe…

Photo credits: Trois Têtes (TT)

Buon compleanno Antonia

La pagina curata per cernuscodonna.it dalla biblioteca civica di Cernusco è dedicata ad Antonia Pozzi. E’ una delle più grandi poetesse italiane del ‘900 Antonia Pozzi, ma ha dovuto aspettare decenni perché i suoi versi fossero conosciuti e per poter godere del giusto riconoscimento umano e artistico.

Niente si fa con i se, ma probabilmente la sua veloce e triste parabola personale avrebbe avuto esito diverso se Antonia fosse vissuta qualche decennio dopo, in anni in cui una donna avrebbe avuto minori difficoltà a far sentire la sua voce, dove avrebbe potuto contare su una situazione politica e sociale diversa e soprattutto un’inedita sorellanza culturale e personale.

Sono appena terminati i festeggiamenti tenuti per un’intera settimana al Teatro Franco Parenti, con convegni, uno spettacolo teatrale, una mostra fotografica e la proiezione del film ‘Poesia che mi guardi’, di Marina Spada, disponibile presso la biblioteca civica insieme alle opere di e su Antonia Pozzi, di cui offriamo un breve ritratto.

Nata nel 1912 a Milano, in una famiglia borghese meneghina, fu allevata nella bella casa di via Mascheroni, anche se il suo vero nido fu la casa di villeggiatura a Pasturo, in Valsassina. All’ombra delle Grigne nacque la sua passione per la natura e le montagne, che tanto hanno dato ai suoi versi.

Iscritta al Liceo Manzoni, nel 1927 conobbe Antonio Maria Cervi, suo professore, con cui visse un amore potente e dolente, contrastato e ostacolato con ogni mezzo dal padre, uomo rigido e autoritario. Per questo già a 19 anni, cercò il suicidio con barbiturici, cavandosela con una lavanda gastrica.

Iscritta nel 1930 alla Facoltà di Lettere dell’Università Statale di Milano, entrò nell’ambiente che faceva riferimento al filosofo Antonio Banfi. Diventò amica del poeta Vittorio Sereni, di Dino Formaggio, della famiglia Treves e di Remo Cantoni. Purtroppo anche in questo contesto non riuscì a trovare spazio per i suoi sentimenti, sempre non capiti o rifiutati, e per la sua passione poetica. Tutti questi giovani intellettuali, sebbene all’avanguardia nel pensiero non solo si impaurirono di fronte alla sua sensibilità umana e non capirono la profondità e la bellezza dei suoi versi, ma soprattutto la frustrarono nel suo profondo desiderio di essere poeta. La poesia per loro era cosa da maschi, meglio se impegnata socialmente. Mentre quella di Antonia era una poesia direttamente esistenziale e naturalistica, di un umore simile a quella di Sylvia Plath e Marina Cvetaeva, solo per fare qualche nome tra i più alti del novecento.

Non che fosse insensibile a ciò che le succedeva attorno, in quegli anni di egemonia sociale e culturale fascista e di preparazione alla tragedia bellica. La sua attenzione, testimoniata da alcune poesie e dalle sue tante fotografie, per i più poveri e gli umili non era politica, ma umana e spirituale. Un’attenzione che era anche uno scontro duro con le origini e la sensibilità della famiglia, soprattutto del padre.

Si laurea nel 1935 con una tesi su Flaubert e nel ‘37 inizia a insegnare all’Istituto Tecnico Schiapparelli. Ma soprattutto finalmente sceglie la poesia come destino e vocazione solitaria.

La sua irrequietezza personale sfociò in atteggiamenti per lei non usulai, come il fumo, le uscite serali, la patente, i viaggi all’estero. Voleva scrivere un romanzo storico sulla Lombardia (preparato con un accurato lavoro fotografico), ma non ci riuscì. E un’altra feroce delusione era alle porte: si innamorò di un suo compagno di studi, Dino Formaggio. Ma anche quest’uomo, per la sua estrazione sociale non era gradito ai genitori e ciò portò la ragazza a ulteriori discussioni col padre, invocando la propria indipendenza personale e culturale. Cominciò a infervorarsi sull’ingiustizia sociale e contro la situazione politica (stavano arrivando le leggi razziali). Il ragazzo, poi, si mostrava incerto, e ciò fece precipitare la situazione.

L’1 dicembre 1938 andò a un concerto alla Società del Quartetto insieme a Formaggio e ai loro amici. Al termine della serata volle rientrare a casa da sola. La mattina seguente, a scuola, interruppe la lezione e tornò a casa dove prese la sua bicicletta. Recatasi a Chiaravalle, ingerì un forte quantitativo di barbiturici. Quindi si sdraiò sul prato. Il pomeriggio un contadino la trovò agonizzante e semi assiderata. Trasportata al Policlinico vi morì la sera del 3 dicembre: fu seppellita, secondo la sua volontà a Pasturo.

La sua scomparsa, però, non pose fine ai torti subiti. Il padre, infatti, censurò gli scritti della figlia, compreso  il suo testamento, e li rimaneggiò per una pubblicazione privata del 1939. Questa edizione uscì da Mondadori rivista e ampliata nel 1943 con la prefazione di Montale, secondo cui Antonia Pozzi è stata la più grande poetessa italiana del ‘900.

Ma è stato grazie al lavoro preciso e puntuale di una suora, Onorina Dino, che si è potuto venire finalmente a conoscere dal 1974 in poi la vera opera di Antonia, nei suoi versi, lettere e diari. E sempre di più queste parole sono diventate patrimonio personale di molti, semplici amanti dei versi o studiosi.

 Per saperne di più: http://www.antoniapozzi.it/

A cura della biblioteca di Cernusco sul Naviglio