Dacci oggi il nostro caos quotidiano

Per la fisica la fine di tutto sarà quando l’ultima scintilla di energia si sarà spenta, nel progressivo raffreddarsi dell’universo. Nel frattempo nulla finisce, ma ogni cosa si trasmuta e cambia.
Per la fisica niente è slegato. La teoria, ormai famosa, del caos, ci parla dell’effetto farfalla, dove il battito d’ala di una farfalla in una foresta dell’Oriente, crea delle perturbazioni nell’aria che prendono forza nel loro divenire fino a creare un tornado a New York. A parte le maledizioni dell’abitante di Manhattan, ciò significa che ogni previsione dei fenomeni si deteriora, errori e incertezze si moltiplicano diffondendosi a cascata.

Tutto ciò non ricorda le nostre vite? Su questo si basa l’ultimo, a nostro parere, bellissimo libro della scrittrice inglese Penelope Lively dal titolo E’ iniziata così. L’operazione è esplicita e scoperta, anzi spesso commentata. Il caso fa succedere una piccola cosa a una persona e questo porta dei piccoli cambiamenti nella vita di chi è vicino a quella persona, che nel tempo portano alla crisi (disordine e cambiamento) di molte vite.

Lively_E-iniziata-cosìSolitamente le operazioni di tale tipo, le opere ‘a tema’ risultano fredde, costruite. Non è il caso di questo romanzo, dove la Lively riesce a costruire un quadro corale dove sette vite vengono trasformate da un piccolo causale evento, lo scippo subito da un’anziana signora da parte di un anonimo adolescente. Se da subito noi perdiamo le tracce dell’anonima causa di tutto, piano piano scopriamo come il fatto, come un’onda sull’acqua, colpisce le persone attorno a Charlotte e poi le persone vicine a queste ultime, crea cambiamenti, fa maturare decisioni, fa finire relazioni, fa nascere amori, scompiglia e ne mette in dubbio la quotidianità.
Un’altra bellezza di queste pagine, per noi malati di libri, è il ruolo che la lettura può avere nella vita della gente: accompagnare una vita, dare dignità sociale ed economica, avvicinare culture diverse, arricchire un rapporto intimo, ecc.

“Da sempre leggere per lei è stato essenziale, necessario, il suo sistema di supporto. La sua vita è stata plasmata dalla lettura. Ha letto non solo per distrarsi, per cercare conforto, per passare il tempo, ma ha letto in uno stato d’innocenza primordiale, in cerca di rivelazioni, di insegnamenti persino…ha letto per capire se per gli altri la realtà era la stessa che era per lei; quindi, scoprendo che spesso non lo era, ha letto per capire quali esperienze altrui si stava perdendo.
Lesse per scoprire come non essere Charlotte, come fuggire dalla prigione della sua mente, come espandersi e sperimentare. E così la lettura si è intrecciata con la vita, l’una il complemento dell’altra.
Charlotte è il prodotto tanto di ciò che ha letto quanto del modo in cui ha vissuto; è come milioni di altre persone forgiate dai libri, per cui i libri sono un alimento essenziale, persone che potrebbero morir di fame se non gli avessero.”

E Lively fa tutto ciò con maestria di scrittura (come sempre complimenti al traduttore..!), con garbo, senza forzature o drammi, con una simpatia verso i propri personaggi. Probabilmente ciò succede sia grazie al suo carattere genuinamente ‘british’ sia al fatto che ha forse scritto più per l’infanzia che per gli adulti.
Alla fine non ci saranno sconquassi finali, qualcosa cambia, qualcosa no. Nessuno sarà veramente felice, magari un po’ più sereno. Altri vivranno nel rimpianto di qualcosa che poteva essere, ma almeno nella consapevolezza che qualcosa d’altro esiste. E che non è mai detto…

“Dunque la storia era questa. Queste le storie di Charlotte, di Rose e Gerry, di Anton, di Jeremy e Marion, di Henry, Mark, e di tutti loro. Le storie innescate in modo così capriccioso da un fatto accaduto a Charlotte per strada, un giorno. Ma di fatto questa non è la fine della storia, delle storie. Il finale è un artificio: i finali ci piacciono – sono soddisfacenti, utili – e mettono un punto. Ma il tempo non si ferma, e le storie marciano al passo con il tempo. Allo stesso modo, la teoria del caos non prevede un finale; l’effetto domino va avanti, inarrestabile. Queste storie non terminano, ma si dipanano l’una dall’altra, ciascuna seguendo il suo corso.”

 
Biblioteca civica L. Penati

E lee la va in filanda

Le filandére di Cernusco raccontate nel libro di Serena Perego, E lee la va in Filanda, edito dal Comune di Cernusco per la collana “Quaderni Cernuschesi” (n. 2/2013)
Donne, ragazze, bambine. Erano le filandére, operaie nell’industria della seta, produzione florida a Cernusco per tutto l’Ottocento e attiva fino alla prima metà del Novecento, di cui rimane traccia architettonica nella Filanda Gavazzi, oggi restituita a nuova vita.
La memoria del lavoro che le operaie vi svolgevano in condizioni durissime è stata affidata ad una giovane studiosa di storia locale, Serena Perego, grazie all’iniziativa del Gruppo Udi – donne di oggi e di Rita Zecchini, assessora alle culture. E lee la va in Filanda. Donne e bambine al lavoro nei setifici cernuschesi fra ‘800 e ‘900 è un piccolo gioiello. Il libro è stato presentato l’8 marzo 2013 presso la biblioteca pubblica (video).
In forma sintetica ma precisa, l’autrice ricostruisce la storia della produzione e della lavorazione della seta in Lombardia e a Cernusco, i processi di lavorazione, le condizioni di lavoro delle operaie, fino alle canzoni con cui accompagnavano il lavoro e che lo rendevano meno pesante.
Veniamo così a scoprire che a Cernusco la coltura del gelso era florida già nel Settecento.
All’origine della seta, ricordiamolo, c’è un tipo particolare di baco che si nutre di foglie di gelso. La raccolta dei bozzoli dentro cui i bachi da seta si avvolgevano per trasformarsi in crisalidi costituiva una parte importante del reddito di molte famiglie contadine, che al momento giusto “accudivano” i bozzoli nelle proprie case.
Le famiglie contadine allevavano i bozzoli e fornivano poi la forza lavoro per l’industriale. L’autrice si sofferma sulle vicende della Filanda Gavazzi e in particolare sulla figura di Pietro Gavazzi, che seppe rinnovare e ingrandire la produzione anche grazie alla continua innovazione tecnica con cui traghettò l’impresa fuori dai periodi di crisi.
In tutte le filande, compresa la Gavazzi, la manodopera era costituita da donne.
Si assumevano le donne perché il loro lavoro pagato era pagato meno di quello degli uomini (quai la metà!) con la scusa che si trattava di lavoro non specializzato – la maggioranza delle mansioni in filanda era considerata tale benché richiedesse, in pratica, molta abilità e concentrazione.
Le donne venivano inoltre ritenute “mansuete e meno rivendicative“. Questo non impedì loro di scioperare, come accadde nel 1901 perché lo sfruttamento aveva raggiunto livelli insopportabili con la prassi di punire le operaie per scarsa qualità dei bozzoli. Purtroppo le operaie cernuschesi non furono mai organizzate come le milanesi e per questo ottennero ben poco. Nel 1901 ricevettero una punizione durissima e dovettero piegare la testa.
Eppure le ragioni per scioperare non mancavano:

Le filatrici, e soprattutto le scopinatrici, dovevano tenere la mani nude costantemente immerse nell’acqua, riscaldata a 50-60 gradi nelle bacinelle e addirittura a 80 gradi circa in quelle di maturazione, in modo che le incrostazioni potessero staccarsi più facilmente senza rovinare il filo di seta; ciò provocava innanzitutto l’escoriazione delle mani, che venivano letteralmente lessate, diventavano giallastre e si riempivano di vesciche (il cosiddetto mal della filandra). L’acqua calda, evaporando, determinava inoltre il surriscaldamento dell’ambiente di lavoro, che si accompagnava all’odore nauseabondo dei bozzoli in macerazione.
Ricordo di avere più volte pianto a causa di queste dure condizioni di lavoro.

dice Maria Sala, la cui testimonianza è riportata nel libro insieme a quelal di Lucia Moioli e Assunta Perego. Tutte e tre lavorarono alla Gavazzi negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso.
L’umidità prodotta dalle caldaie di acqua bollente era causa delle frequenti scivolate sul pavimento bagnato e delle malattie polmonari e reumatiche. Tutto ciò per una lira e mezza al giorno (un chilo di pane costava un terzo della paga giornaliera), il salario della filandéra ai primi del Novecento.
Eppure le operaie cantavano: prima, durante e dopo la fabbrica. Attraverso il riferimento alle canzoni Serena Perego ci parla anche dei loro amori e della loro voglia di vivere.
E.C.
 
 
 
 
 
 

Botanica degli affetti

“Primavera è sempre per la prima volta”

Sinora non sembra, ma è primavera, la stagione dove la natura si risveglia. Anche, così dicono, i cuori. La luce che allunga i giorni, il tepore nell’aria, danno una mano a bulbi, semi e rami a cacciar fuori nuovi germogli e a far spuntare mille fiori colorati. Sembra anche che chi non alberghi un inverno perenne dentro di sé trovi in questa stagione motivi per ridare forza ai propri sentimenti.

L’essere umano è sempre rimasto affascinato da questo rifiorire, da quest’appuntamento ciclico e dalla moltitudine di specie diverse. Come sempre ha fatto, ha tentato sia di dare nomi, sia di classificare questa moltitudine. Perché gli è utile, e perché in fondo ne ha paura. Ha inventato la Botanica, sin dal IV secolo a.C. e sempre, più o meno coerentemente e coscientemente, ha unito questo studio ai moti del cuore e dell’animo umano, in una sorta di psicologia vegetale.

E’ questo lo spunto del bellissimo romanzo di Beatrice Masini, famosa e prolifica autrice per ragazzi che ha voluto cimentarsi in una storia per grandi, il recente Tentativi di botanica degli affetti, uscito per Bompiani.

Ambientato a partire da una primavera del Primo Ottocento, in una Lombardia che comincia a ribellarsi agli austriaci. Bianca Pietra, giovane donna di buona educazione e scarsi mezzi, lascia la casa natale sul lago di Garda per approdare a Brusuglio, ospite di un poeta di chiara fama: don Titta (Alessandro Manzoni) ha l’estro dell’agricoltura sperimentale in più coltiva fiori e piante esotiche nel parco della villa. Bianca, abile acquarellista, è chiamata a ritrarre il patrimonio botanico del padrone di casa. Ardente e irrequieta, si accinge al compito con slancio, entrando a far parte di una famiglia grande quanto complicata. Disegna, dipinge, esplora i giardini e studia con interesse la miriade di personaggi che popolano la grande dimora.

Si affeziona a Pia, servetta orfana di acuta intelligenza e garbo innato che gode di singolari privilegi. Curiosa fino all’impudenza, Bianca si convince che le origini di Pia nascondano un segreto e che don Titta con tutta la famiglia si stia dando molta pena perché esso resti tale: quanto basta per darle il desiderio di scoprire la verità avviando un’indagine appassionata. Ma Bianca, così acuta nell’interpretare e ritrarre la natura, si ostina a non comprendere che questa ricerca vede in gioco i suoi stessi sentimenti: ed è un gioco pericoloso, perché la botanica degli affetti non è una scienza esatta, non conosce regole e può rivelarsi profondamente ingannevole.

La lettura scorre veloce e curiosa dello svolgersi degli eventi, anche grazie a una scrittura distesa che gode dell’esperienza dei libri per l’infanzia. Ma le singole pagine nascondono anche momenti di grande profondità e verità. ci siamo molto affezionati a Bianca, riflessi nel suo tentativo di dare nomi e forme a qualcosa che nome e forma spesso non ha, e che quando prende pubblicamente nome e forma spesso perde vitalità. Godere di un fiore finché vive è cosa bella e giusta, rimirarlo secco in una cornice è altra cosa.

 Non possiamo tacere, a proposito del parallelismo tra fiori e sentimenti la poesia di Michele Mari, che conclude l’imperdibile raccolta Cento poesie d’amore a Lady Hawke, ossia Fior di giaggiolo è fior di tenerezza. È troppo lunga da riportare qui, leggetela su www.astercenter.net

A cura della Biblioteca civica L. Penati di Cernusco s/N.

Immagine:
elblogderedacciona.com/2011/09/01/encuentra-en-redacciona-tu-propia-enciclopedia-botanica/

Enrica e le sue amiche di carta

Sabato 23 in Biblioteca a Cernusco si è tenuta la presentazione del libro Enrica e le sue amiche di carta delle Edizioni Libera Università delle donne. Si tratta di Ricordi, lezioni e scritti di Enrica Tunesi, una delle insegnanti della nostra associazione, la Libera università delle donne, morta nel 2009.

La presentazione del libro è stata voluta da chi l’aveva incontrata e apprezzata, soprattutto per celebrare il ricordo di un’amicizia e di uno scambio durati dieci anni, dal 1998 al 2008.

La sala Camerani era quasi piena, insolitamente affollata per un sabato pomeriggio: parenti, amici, associate della LUD, ma anche ascoltatori che non avevano né conosciuto Enrica né letto il libro, tante facce nuove, un pubblico vario insomma. E’ stato un bell’incontro, un’esperienza significativa, una comunicazione realizzata. Enrica aveva scritto:

“Penso agli amici come a un coro greco: capaci di accompagnarmi, di ascoltare, di piangere, di gioire, di commentare con me la vita. Naturalmente la parte è intercambiabile: certe volte non io sono protagonista, ma loro, e la funzione di accompagnamento passa a me”.

Credo che in Biblioteca siamo stati un po’quel “coro greco”: tanti e tante sono intervenuti con il loro apporto personale. Mi sembra che sia avvenuto uno scambio autentico: il mondo interiore di Enrica con le persone e le cose che amava è diventato un po’ anche quello dei presenti.

Nel corso degli anni il gruppo Lud di Cernusco aveva costruito con lei un potentissimo legame fatto di carta stampata che le faceva dire:

“Noi che leggiamo, ci inseriamo in un mondo che sentiamo vivo, vero, anche se non è il nostro mondo”.

La sua predilezione andava alle scrittrici di area anglosassone, il suo scopo era quello di farle rivivere e più ci riusciva con noi, più ci sentiva vicine, anche se in passato aveva dichiarato di non desiderare né maestre né allieve. Io invece la consideravo una maestra capace di trasmettere l’amore per i libri:

“…Il fuoco vero alla mente lo dà la poesia, la filosofia, la letteratura. Amo di me le letture che ho fatto, le cose che so attraverso di loro, certo più di mie eventuali qualità morali…”.

E diceva ancora:

“Io vivo di parole e per le parole in continuazione. Io impazzisco di gioia se ascolto una bella poesia… Amo le parole che diventano coscienza, carne e sangue, emozioni…”.

Non so pensare a una più appassionata dichiarazione d’amore, a una più netta assegnazione di valore. Le sue amiche di carta sono le scrittrici ottocentesche come Jane Austen, Emily e Charlotte Bronte, Mary Shelley, la Marchesa Colombi, ma anche le autrici moderne e contemporanee: Margaret Atwood, Alice Munro, Amelie Nothomb, Anna Kavan, Angela Carter, Irene Nemirovski, solo per citarne alcune.

Enrica mirava a cogliere la specificità della loro scrittura:

“cioè quello che le donne in quanto tali sanno esprimere e che non è di tutte le scrittrici”.

E non solo le loro parole le si stampavano in testa, come dichiarava, ma anche le storie inventate o tratte da materiale autobiografico si imprimevano in lei. Alice Munro ha detto in un’intervista:

“Le situazioni non sono autobiografiche, tutte le emozioni certamente lo sono”.

Questo mi sembra particolarmente vero per Enrica. Amiche di carta sono anche i personaggi femminili cui le autrici avevano dato vita: Jane Eyre, la sposa Denza, la pazza Bertha, la ragazzina Antoinette, la signorina Fubuki Mori e tante altre più e meno note. Donne che raccontano e donne raccontate erano davvero diventate parte del suo mondo interiore e questo lo si capiva al volo sentendola parlare.

scansione0002Ci ha insegnato, con quello che sapeva e con quello che era. E noi abbiamo imparato. Ora c’è anche un libro suo, nato dal lavoro di recupero e trascrizione dei suoi manoscritti. Il mio ricordo di lei non ha vacillato in questi anni dopo la sua morte, ma certamente il libro che raccoglie i suoi appunti per le lezioni e altri scritti autobiografici, gli ha dato forza, ha aggiunto emozione, ha fatto crescere il sentimento dell’amicizia che è una preziosa forma d’amore.

Vorrei invitare a leggere il libro di Enrica, a entrare in contatto col “tono della sua voce” che propone una lettura, un personaggio o una scrittrice; per me questo tono aveva finito per contare quasi di più delle storie che ci presentava.

Sono sicura che Enrica, donna intelligente e ironica, borghese e trasgressiva, ricca di spirito e di buon senso, amante del gotico del noir e delle fiabe, possa comunicare molto di sé anche a chi non l’ha conosciuta . Nel penultimo scritto del libro, intitolato Feminist woman?, parla del suo particolare percorso nel femminismo a partire dall’iniziale fastidio provato quando, donna stanca e annoiata, aveva cominciato a sentirne parlare, all’accostamento alle dissidenti del Movimento di Liberazione della Donna alla palazzina Liberty. Di quel periodo annota questa riflessione:

“Apparentemente io ero fortunatissima: avevo un marito in carriera, due figli bellissimi e una tranquilla vita famigliare. Il vuoto che sentivo dentro e che era la mia infelicità era difficile da dire: non mi possedevo e quindi non potevo raccontarmi.”

Erano gli anni ’70:

“mi ci voleva un grande coraggio a piantar lì i bambini e a uscire di sera per tornare a casa tardissimo… Mio marito si aspettava invano che da queste uscite venisse fuori qualcosa di buono per lui… Io ero animata da una specie di puntiglio disperato …”

In seguito l’esperienza della Libreria delle Donne, poi abbandonata, l’aveva incentivata a leggere di tutto in pochi anni, comperava i libri che entravano a far parte della sua biblioteca e dava loro una chiave di lettura femminista; anche al cinema esercitava la stessa ottica e le sembrava di capire e gustare meglio.

Quando l’abbiamo conosciuta noi, oltre vent’anni più tardi, scriveva: aveva imparato a raccontarsi, quindi voglio pensare che finalmente si possedeva.

Ora il libro di Enrica è l’occasione di un ultimo abbraccio che è sempre possibile rinnovare: basta riaprirlo ogni volta che lo desideriamo. E contemporaneamente se ne aprono decine di altri dove incontriamo di nuovo le sue e le nostre amiche di carta.

Rosaura Galbiati

Dimenticate Bollywood

Mahasweta Devi, bengalese, è una delle più grandi scrittrici contemporanee, ed ha dedicato tutta la sua vita ai diritti degli esclusi. Nata a Dacca nel 1926, nel Bengala orientale, quando il Bangladesh ancora non esisteva, è residente a Calcutta, e scrive di contadini, braccianti, fuoricasta e adivasi, vittime estreme la cui vita vale meno di quella delle bestie.

Mahasweta Devi definisce i suoi scritti (42 volumi di racconti, romanzi e opere teatrali) “duri, spietati, brutali, letali, necessari”. Perché smascherano la violenza di un’India intrinsecamente feudale, progettata per garantire il benessere alle classi privilegiate attraverso lo sfruttamento di milioni di persone.

E’ lei stessa che afferma:

“Dopo aver letto i miei lavori, il lettore dovrebbe affrontare la verità dei fatti, vergognarsi della vera faccia dell’India […] In India ogni cosa è destinata alle classi privilegiate, cui anch’io appartengo. A noi, e a noi soltanto, sono riservate le possibilità di studiare, di avere accesso al mondo dell’arte, della letteratura e della cultura. […] La mia esperienza mi fa essere perpetuamente arrabbiata, ci sono sfruttatori e forme di sfruttamento imperdonabili.[…] E dal momento che io credo nella collera, in una violenza giustificata, strappo la maschera all’India progettata dal governo, per denudarne la brutalità” (M. Devi, 1998)

E la Devi scrive soprattutto delle donne, ultimo anello di questa catena di sopraffazione, del loro corpo martoriato che rimane l’unico, indispensabile, strumento di lotta e ribellione.

Un corpo oltraggiato, massacrato, denudato, che non dovrebbe nascondersi perché la vergogna non è sua, ma di chi l’ha così brutalmente ferito.

Come il corpo della protagonista di Draupadi, il primo racconto della raccolta La preda, edito da Einaudi nel 2004. Draupadi è una donna della tribù santal ritenuta una pericolosa  terrorista che, dopo essere stata catturata e violentata, in un gesto estremo di oltraggio all’autorità, si presenta nuda davanti al capo della polizia che ha consentito lo scempio del suo corpo, svilendo così la sua autorità e virilità.

“Draupadi è ora in piedi davanti a lui. Nuda, le cosce e il pube chiazzati di sangue rappreso. I seni, due ferite aperte. Cosa sta succedendo? sta per sbraitare. Dritta davanti a lui, con le mani sui fianchi, ride e dice: -L’oggetto della tua caccia, Dopdi Mejhen. Sei stato tu a dirgli di stuprarmi, non vuoi vedere come stati bravi?”.

Allo stesso modo, Mahasweta Devi nei suoi scritti mostra le ferite di quell’indegna violenza istituzionalizzata indiana, prepotente e vigliacca che, una volta smascherata, ha vergogna e paura di se stessa. I personaggi femminili sono quelli che colpiscono più profondamente, figure  di grande forza, capaci di  passioni e di autodeterminazione.

deviCosì è anche Gangor, protagonista del racconto, Choli ke picche = Dietro il corsetto (contenuto ne La trilogia del seno, Filema, 2005), e del film che porta il suo nome, Gangor appunto, per la regia di Italo Spinelli, realizzato in una coproduzione tra Italia e India nel 2010.

Il film narra di Upin, un affermato fotografo di Calcutta, che volendo catturare alcune immagini per denunciare la condizione femminile nei villaggi rurali, fotografa anche Gangor, bellissima ragazza, intenta ad allattare il suo bambino. Proprio quell’immagine verrà pubblicata in prima pagina sul quotidiano per cui lavora, sconvolgendo la vita della ragazza, che da quel momento diventa una reietta della società, avendo dato scandalo con il suo seno nudo. Rimasta sola in preda alla violenza degli uomini del villaggio, viene picchiata, stuprata, violentata anche dalla polizia e costretta a fare la prostituta. Il fotografo, resosi conto troppo tardi di quel che la sua immagine ha provocato, tenta in tutti i modi di salvare la ragazza ma invano. Sarà la stessa Gangor, con coraggio e determinazione a denunciare l’accaduto, portando avanti anche in tribunale la sua difesa.

Nel Sistema bibliotecario Nordest potete trovare:

 La cattura / Mahasweta Devi ; traduzione dal bengalese e cura di Federica Oddera ; con una nota di Paolo Bertinetti. – Roma ; Napoli : Theoria, 1996. – 183 p.

La preda: e altri racconti / Mahasweta Devi ; postfazione e cura di Anna Nadotti ; traduzione dal bengali di Babli Moitra Saraf e Federica Oddera. – Torino : Einaudi, c2004. – 251 p.

Trilogia del seno / Mahasweta Devi ; saggi di Gayatri Chakravorty Spivak ; traduzione dall’inglese e cura di Ambra Pirri. – Napoli : Filema, c2005. – XXIX, 174 p.

Gangor : il coraggio di una donna / un film di Italo Spinelli ; [con] Adil Hussain, Priyanka Bose, Samrat Chakrabarti … [et al.] ; soggetto e sceneggiatura Italo Spinelli, Antonio Falduto ; liberamente tratto dal racconto di Mahasweta Devi ; musiche Iqbal Darbar. – Campi Bisenzio : Cecchi Gori home video, c2011. – 1 DVD (91 min.).

Fratellino o sorellina?

Fratellino o sorellina? Una bibliografia per i piccoli che “aspettano”
Una sorellina per Camilla
Nicolò desidera un fratello
Fior di giuggiola
Quando sono nato
Capricetto rosso vuole un fratellino
La principessa numero due

… e tanti altri libri da leggere insieme in questa bibliografia a cura della biblioteca pubblica di Cernusco s/N
Scarica la bibliografia
 

Image: '11th July: Joseph & bump'
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Come un fiume che scorre

Paola Gassmann, Una grande famiglia dietro le spalle, è la proposta di lettura della Biblioteca civica L. Penati per questo mese. La storia della famiglia Gassman, il rapporto tra una figlia e un padre, un libro su quel fiume d’acqua in cui tutti nuotiamo… la famiglia.

Stare nel tempo è come essere pesci nell’acqua, in un fiume che scorre: la corrente, le rapide, le tranquille pozze. Mai questo fluire ci pare chiaro come nello scorrere delle generazioni. Spesso la letteratura si serve di questa figura retorica, imbastendo epopee, genealogie e viaggi nel tempo.

Come la saga, “vera”, della famiglia Gassman, in particolare il libro della figlia del “Mattatore”, ossia Paola Gassman, con il suo Una grande famiglia dietro le spalle (Marsilio 2007).

Una figlia racconta suo padre, per saldare un debito d’affetto, e per farlo lo mette al centro di almeno tre generazioni nonni, zii, mogli, figli, nipoti. Al centro di questa linea temporale c’è Vittorio, il grande attore. La vita ha preparato il suo avvento e lui ha dato una spinta alla vita successiva.

Sicuramente sincera, la nostra autrice ha comunque raccontato una storia, una grande storia. E’ la figlia, ha i tratti di lui incarnati nel proprio viso, ha seguito le orme e ha fatto lo stesso mestiere. Non è una storica, non può avere uno sguardo oggettivo e una correttezza di fonti. Ha costruito pubblicamente un monumento al padre e ci fa godere della sua vista.

L’autrice ricompone un mosaico, fa tornare le tessere, anche quando nella vita reale probabilmente gli spigoli e le scanalature erano ben più aspre. Ma lo fa bene, con affetto per le persone e le cose. Se deve parlar male di qualcuno lo fa capire sotto traccia…

Che sia realmente rappacificata con le vicende sue e della sua famiglia, o che lo voglia far credere a noi, e a se stessa, non lo sappiamo, ma ci piace pensare che sia così. Ci piace pensare che la serenità, il far tornare i conti, possa succedere anche in una famiglia poco tradizionale, con un susseguirsi di amori e di abbandoni, di matrimoni e di divorzi, di nascite e di distacchi, di recuperi e riscoperte. Ci fa intendere che l’inevitabile mutamento dell’istituzione famiglia in questi decenni, alla fine va comunque a pareggiare le cose belle e le cose brutte che le famiglie tradizionali portavano, togliere qualcosa per darne altre.

Una famiglia dove gli attori sono in maggioranza. Non pensiamo come nel medioevo che gli attori siano eretici, classe inferiore, anzi, come non pensiamo che quel lavoro sia diventato impiegatizio… ci sono attori e attori, ma senz’altro, l’abitudine alla scena, alla sceneggiatura, alla ribalta, al dramma e alla commedia ha dato una luce particolare a questa storia e a questo libro.

La partenza è lenta, ma subito il libro prende un suo ritmo e ti trovi ad andare avanti con l’interesse di sapere come va a finire. La semplicità di scrittura diventa a questo punto un pregio, permettendo una lettura gradevole e “amica”. Alla fine, con l’arrivo della vecchiaia per il protagonista indiscusso, il mattatore, con il farsi largo della sua brutta depressione e la morte, le cose si fanno più difficili e il tono diventa più duro, ma mai rancoroso o disperato, anzi. E commuove.

E si vede anche come le persone sono complicate, come spesso rendiamo virtù le nostre ferite: la vitalità del padre, come uomo e come attore, presente fin dall’infanzia, è soprattutto il modo per combattere e vincere il buco dell’anima, il lato oscuro. Che alla fine della vita riprende il sopravvento e riesce a farla da padrone per anni.

Come detto l’interesse di questo libro non è solo per la narrazione delle vicende private della famiglia Gassman(n), che oltre al grande Vittorio (noi lo abbiamo goduto quasi solo come attore di cinema, e già qui è un gigante) ci ha dato altri bravi e simpatici attori. E’, più in generale, un libro su quel fiume d’acqua in cui tutti nuotiamo, ossia la famiglia, sul rapporto tra figlia e padre, le distanze e gli avvicinamenti, il mutare di direzione man mano che passano gli anni. Chi con la famiglia ha un rapporto “non pacificato” non riesce solo a godere di una bella biografia collettiva, ma può confrontarsi con la propria esperienza e le proprie convinzioni, forse troppo legate alla propria esperienza. Insomma, se per la scrittrice la stesura di queste pagine può essere stata anche “terapeutica”, lo può essere anche per il lettore. Se per caso prima uno potrebbe titolare la propria storia come “‘una pesante famiglia sopra le spalle” dopo si potrebbe avvicinare al titolo vero “una grande famiglia dietro le spalle”. Che ha un doppio senso: qualcosa che ti spinge da dietro, e qualcosa che finalmente ti lasci dietro. O più esattamente entrambe le cose.

p.s. il libro è di 5 anni fa, ma come spesso succede riacquista attualità grazie ad un altro libro, appena uscito, ossia quello del fratello Alessandro che da Mondadori ha pubblicato Sbagliando l’ordine delle cose. Il prisma della famiglia Gassman si arricchisce di nuovi riflessi. Da non dimenticare anche il libro scritto dal “Mattatore”, ossia Un grande avvenire dietro le spalle, edito nell’81 , ma di prossima ripubblicazione da Longanesi.

A cura della Biblioteca pubblica di Cernusco S/N

Il tempo della vita e il tempo della fine. Letture per bambini.

Il tempo e la finitezza dell’essere umano, l’esperienza di un lutto e della morte. Quali parole usare con bambini e bambine? La biblioteca di Cernusco s.N. offre una valida guida ai libri per bambini fino a 10 anni.

Nei bambini, soprattutto nei più piccoli, il concetto di tempo non è ancora acquisito

Per questo amano i rituali che scandiscono le loro giornate. Le abitudini li fanno sentire sicuri perché vivono al presente.
Nel nido e nella scuola dell’infanzia le giornate sono scandite in modo tale che c’è un momento per tutto: gioco, pasto, nanna e ritorno a casa, di conseguenza fine della giornata scolastica.
Rituali e ritmi tipici che bambini e bambine fino ai 4 anni possono ritrovare nei personaggi dei libri di Eric Hill, che vedono il cane Spotty come protagonista (Fabbri edizioni).
Sempre ai più piccoli è dedicato Il mio primo libro del tempo, Fabbri edizioni. Il tempo nei bambini non è basato sul concetto di durata, le ore dell’orologio; ma sulla successione del tempo vissuto e percepito. Su questo presupposto il libro illustra tra le altre cose, i concetti di giornata come scansione di momenti, il risveglio, la pappa, la nanna, e degli oggetti legati ad essi.
 

A 4-5 anni la successione del tempo inizia ad essere non solo giornaliera ma anche settimanale.

Aiutiamoli con esempi concreti del tipo: oggi si disegna, domani si va in biblioteca e sabato e domenica al mare, in questo modo si fa comprendere che ogni giorno fa parte di una successione di giorni che formano una settimana, che ha lo stesso un inizio e una fine. Come lettura utile per accompagnare nella strutturazione delle percezioni sensoriali suggeriamo:
I folletti della settimana e I tesori delle 4 stagioni, entrambi di G.Mantegazza e C. Michelini, La Coccinella, e I giorni della settimana di P. Nencini, Giunti
La notte è un’incognita dove i piccoli perdono il contatto con la realtà.
Ecco perché alcuni faticano ad addormentarsi. Il rituale della storia della buonanotte non può che essere positivo. Accompagnamoli con dolcezza alla fine del giorno con le Storie da un minuto, A. Casalis.e M. Wolf,. Dami,
Io di notte non faccio la nanna, L. Nemet-Pier, .Magi,
Il bambino e la notte di M. Barisone, Vita nuova,
Prova con una storia di A. Oliverio Ferraris, Rizzoli

Alle elementari

Nella scuola elementare, per approcciare alla storia, si usa la “linea del tempo” nelle prime classi per spiegare giorno mese e anno, in seguito per collegare gli avvenimenti successi nel passato.

Il racconto della fine

Ma come spiegare ad un bambino il concetto di morte che rappresenta per l’essere umano la fine della vita?
Ciò che è in grado capire riguardo la morte è legato alla sua età. È stato dimostrato che prima dei cinque anni il bambino riesce a concettualizzare la morte come assenza. E’ fra i cinque e i dieci anni che prende forma il concetto di morte.
I bambini più piccoli si sentono confusi e non comprendono del tutto cosa sta accadendo ed è necessario quindi coccolarli maggiormente e far sentire loro la nostra presenza.
La reazione ad un lutto tipica nei piccoli può essere una regressione delle competenze già acquisite, ad esempio il controllo degli sfinteri o una maggiore irritabilità.
Tra i 3 e i 5 anni la morte è vista come uno stato reversibile,” la bella addormentata” si sveglia dal sonno, Biancaneve baciata dal principe torna alla vita nonostante la mela avvelenata, l’eroe del cartone cade nel burrone e torna per nuove avventure (Willy il coyote).
Quando la morte li interessa da vicino vivono intensamente la perdita perché sono in grado di capire cosa sia la sofferenza.
Il bambino comprende la morte come elemento universale solo a partire dai 7 anni, collegandola inoltre all’interruzione delle funzioni vitali (cessazione del battito cardiaco, respiro, assenza di movimenti) e che la fine della vita non è dovuta solo alla vecchiaia, ma anche a malattie e incidenti.
Comprende che tutti prima o poi devono morire e che l’assenza delle funzioni vitali ne determina l’irreversibilità (10 anni circa).
Ecco qualche libro utile per aiutare gli adulti ad affrontare il tema della morte e della perdita con i bambini di questa età:
Tornerà? Come parlare della morte ai bambini M. Varano, Ed EGA
Le Fiabe per affrontare i distacchi della vita, di E. Benini e G. Malombra, Franco Angeli
Aiutare i bambini …a superare lutti e perdite di Sunderland M. Sunderlat M. Centro studi Erikson
La Stellina. “Il Quarto libro di banana” di A. Rauch, La Biblioteca
Il nonno non è vecchio di D. Zilotto, Feltrinelli Kids
Alberi d’oro e d’argento di A. Melis, Mondadori
Il mare del cielo di C. Zanotti, San Paolo
Soledad e la nonna di B. Muller, Nord-Sud
Mio nonno era un ciliegio di A. Nanetti, Einaudi Ragazzi.
 Gocce di voce, Fatatrac edizioni lo consigliamo anche se non parla direttamente della fine. E’ un libro sulla ciclicità della vita. Raccoglie poesie per bambini scritte da sette poeti che ci mostrano l’importanza delle parole come suono, dove il ciclo della vita percorre il cammino del fiume dalla sorgente alla foce. Un fiume che proprio come un bambino cresce e cambia seguendo percorsi che da sorgente lo fanno torrente, cascata e infine mare.
 
A cura della Biblioteca comunale di Cernusco s. N
 

Crediti immagine: http://www.darioianes.it/galleria/gallery.php?dir=6137-393-8&size=full&image=3

Quiete e tempesta in Anne Tyler

Cosa rende un libro memorabile? La maestria di scrittura, il congegno della trama, l’alto messaggio? O forse il contagio del cuore e dell’animo, il pieno ritrovarsi pur diversi, l’inquietante commozione nella lettura?

Cosa intriga in un personaggio? Le gesta da eroe, le sicurezze e successi, oppure i gesti, le scelte (o le non scelte) e la fragilità?

Dipende, si dirà. Dal lettore, prima di tutto, e anche dal momento in cui legge, dallo stato di cose della sua vita. Non è questione di età credo.

Considerazioni che vengono in mente leggendo uno dopo l’altro i libri di Anne Tyler, scrittrice americana quasi settantenne, famosa al grande pubblico soprattutto per Lezioni di respiro e Turista per caso (da cui Kasdan ha tratto l’omonimo film), e presente nella nostra biblioteca con diverse opere.

Nelle sue pagine scorre il fluire della vita con le sue regolarità, le risacche e le improvvise accelerazioni. I suoi personaggi non sono gente che emerge dalla folla. Gente ‘normale’, dove ‘nella norma’ significa che ognuno è speciale per sé, ognuno è strano e unico, anche senza emergere troppo tra la folla della propria via, del proprio villaggio o del mondo. La difficoltà, la nevrosi, l’anormalità è dentro chiunque, cresciuta con l’età, tenuta a bada per anni, fatta diventare caratteristica di sé di fronte agli altri, divenuta parte integrante del proprio orizzonte. Poi, forse, arriva il giorno che i giochi si rompono, che le regole saltano, gli eventi succedono. Una tempesta più o meno perfetta che stravolge le vite e i giorni, ma i cui effetti vengono di nuovo riassorbiti dal fluire degli anni, fino alla fine. Una fine naturale come la vita.

Non vorrei che si credesse che la Tyler abbia una visione pacificata, dove passioni e desideri non hanno spazio, dove svolte e tragedie non accadano. Niente di tutto questo, semplicemente non ha bisogno di creare serial killer, emarginati estremi, brillanti drogati, figure eroiche nel bene e nel male per descrivere il gioco di fato e destino (ossia quello che ti accade e quello che costruisci).

Non vorrei che si pensasse a pagine dove la commozione e il coinvolgimento sono banditi. Per nulla. Non sono molti che sanno far brillare gli occhi per una vita sepolta o acquietata che si riscatta in un’ora o in un giorno, o per il riassunto di una stagione di vita. La Tyler lo sa fare e bene.

Per questo vi prego di farvi avvolgere dalla sua scrittura, dalle sue trame, dai suoi personaggi con la pazienza di cui solo la lettura può essere capace.

Se vi è una scrittrice di cui vorrei essere personaggio è lei. Se la mia vita potesse diventare una trama per un libro, vorrei che fosse lei a scriverlo.

BIBLIOGRAFIA

Se mai verrà il mattino, L’albero delle lattine, Una vita allo sbando, Ragazza in un giardino L’amore paziente, Una donna diversa, Il tuo posto è vuoto, Possessi terreni, La moglie dell’attore, Ristorante nostalgia, Turista per caso, Lezioni di respiro, Quasi un santo, Per puro caso, Le storie degli altri, Quando eravamo grandi, Un matrimonio da dilettanti, La figlia perfetta. La bussola di Noè , Guida rapida agli addii.

A cura della Biblioteca comunale di Cernusco s. N.

Crediti immagine: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mary_Cassatt_003.jpg